Gli accertamenti affidati agli specialisti tedeschi potrebbero non concludersi prima della fine dell’anno. La Procura di Larino ha confermato l’anticipazione di Primo Piano Molise: gli esperti del Robert Koch Institut di Berlino hanno chiesto e ottenuto una proroga di 30 giorni per completare le analisi sugli alimenti e sui reperti sequestrati nell’abitazione di Pietracatella dove vivevano Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno per avvelenamento da ricina.
La procuratrice Elvira Antonelli ha inoltre prospettato la possibilità di concedere un’ulteriore proroga qualora, alla fine di novembre, gli esami non fossero ancora terminati. Le disposizioni che regolano la consulenza tecnica prevedono proroghe successive, ciascuna della durata di un mese, entro il limite massimo di sei mesi dall’avvio delle operazioni. Una scadenza che, nel caso degli accertamenti affidati all’istituto tedesco, dovrebbe collocarsi tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio (2027).
Non è quindi escluso che i risultati definitivi arrivino soltanto nelle ultime settimane dell’anno, con inevitabili ripercussioni sui tempi dell’inchiesta.
Il lavoro degli specialisti di Berlino resta un passaggio importante, ma non necessariamente decisivo. Fonti qualificate precisano infatti che gli investigatori non considerano gli accertamenti tedeschi indispensabili per individuare il responsabile del duplice omicidio. La ricerca di eventuali tracce di ricina sugli oggetti e sugli alimenti sequestrati potrebbe contribuire a ricostruire le modalità dell’avvelenamento, senza tuttavia fornire automaticamente elementi utili a identificare chi abbia somministrato la sostanza.
Le indagini, del resto, proseguono indipendentemente dall’attività del Robert Koch Institut. La Squadra Mobile di Campobasso, diretta da Marco Graziano, continua a raccogliere testimonianze, verificare circostanze e confrontare le dichiarazioni acquisite nei mesi scorsi con gli elementi emersi dagli accertamenti tecnici.
Ieri mattina, poco dopo le 9, negli uffici di via Tiberio è arrivato l’operatore ecologico che, nel dicembre dello scorso anno, era incaricato della raccolta dei rifiuti in via Risorgimento, a Pietracatella. L’uomo è stato ascoltato dagli investigatori fino alle 10.20. All’uscita non ha rilasciato dichiarazioni, nonostante le ripetute domande dei cronisti presenti davanti alla questura.
L’audizione si inserisce con molta probabilità negli approfondimenti sulla cena del 23 dicembre, tornata negli ultimi giorni al centro dell’attenzione investigativa. In particolare, gli accertamenti riguardano le cozze che sarebbero state consumate nell’abitazione della famiglia Di Vita e che provenivano da un pranzo aziendale organizzato il giorno precedente in un ristorante di Campobasso.
Gianni Di Vita, ascoltato dagli investigatori il 13 gennaio, aveva riferito di non ricordare con precisione quando quei molluschi fossero stati consumati in casa. Aveva però indicato con certezza la destinazione dei rifiuti prodotti dopo il pasto: gli avanzi – secondo la sua deposizione – sarebbero stati conferiti nella frazione organica, ritirata il 24 dicembre, mentre le vaschette utilizzate per conservare le cozze sarebbero finite nella plastica, raccolta nella stessa giornata.
Su questa ricostruzione è emerso un particolare che gli investigatori stanno cercando di chiarire.
Secondo le modalità di conferimento previste a Pietracatella, i residui delle cozze avrebbero dovuto essere smaltiti nell’indifferenziato e non nell’umido. Una circostanza riferita anche da Giovanna, cognata di Antonella e Gianni, nel corso di alcune interviste televisive. Il calendario comunale prevedeva inoltre il ritiro dell’indifferenziato il 27 dicembre, tre giorni dopo quello dell’organico.
La distinzione potrebbe non essere irrilevante, anche alla luce delle attività svolte dalla polizia nei giorni immediatamente successivi alla morte delle due vittime.
Quando l’ipotesi prevalente era ancora quella di una tossinfezione alimentare, gli investigatori avevano effettuato un sopralluogo nella discarica di Montagano per cercare i rifiuti organici provenienti da Pietracatella. L’obiettivo era recuperare eventuali residui alimentari che potessero contribuire a individuare l’origine della presunta intossicazione.
Quella ricerca, condotta dopo il decesso di Antonella e Sara, si era concentrata sulla frazione umida. Ma se i resti delle cozze fossero stati effettivamente conferiti nell’indifferenziato, secondo le regole comunali e secondo quanto ipotizzato dalla cognata delle vittima, il materiale avrebbe seguito un percorso di raccolta diverso.
È un interrogativo al quale, almeno per il momento, non è possibile dare una risposta. Non è noto se gli investigatori abbiano successivamente effettuato verifiche anche sui rifiuti indifferenziati, né se sia stato possibile ricostruire con esattezza la destinazione degli scarti alimentari prodotti nell’abitazione.
L’audizione dell’operatore ecologico potrebbe essere servita proprio a chiarire le modalità effettive della raccolta, i giorni di ritiro e l’eventuale possibilità di recuperare o identificare i materiali conferiti. Non è dato sapere quali informazioni abbia fornito agli agenti della Mobile.
Resta inoltre da stabilire se le cozze abbiano avuto un ruolo nell’avvelenamento. Il loro consumo è uno degli elementi presi in esame nell’ambito della ricostruzione degli ultimi pasti della famiglia, ma non risulta accertato che siano state il veicolo della ricina.
È necessario, peraltro, distinguere le verifiche compiute nei primi giorni dell’inchiesta da quelle successive. Quando gli investigatori cercarono i rifiuti nella discarica di Montagano, l’attenzione era rivolta soprattutto alla possibilità di una contaminazione alimentare. L’ipotesi dell’avvelenamento volontario con ricina, successivamente sostenuta dagli accertamenti scientifici, ha modificato radicalmente il quadro investigativo.
Anche per questo la ricostruzione dei conferimenti dei rifiuti potrebbe assumere oggi un significato diverso rispetto a quello attribuito nelle prime settimane.
Il problema, tuttavia, è comprendere quanto sia ancora possibile accertare a distanza di dieci mesi dai fatti.
L’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita continua dunque a svilupparsi lungo più direttrici. Da una parte gli esami di laboratorio affidati agli specialisti tedeschi, dall’altra le attività investigative tradizionali, che comprendono l’ascolto dei testimoni, la verifica delle dichiarazioni e l’analisi del materiale informatico sequestrato.
Su quest’ultimo fronte, nelle scorse settimane, la Squadra Mobile ha svolto ulteriori accertamenti su dispositivi elettronici e sistemi informatici, estendendo le verifiche anche ad alcuni istituti scolastici. Attività finalizzate, tra l’altro, alla ricerca di eventuali tracce digitali riconducibili a consultazioni di informazioni sulla ricina.
Non è noto quali risultati abbiano prodotto questi approfondimenti. Né è possibile stabilire se gli investigatori abbiano già individuato elementi sufficienti a orientare l’inchiesta verso una persona precisa.
Il riserbo mantenuto dalla procuratrice Antonelli non consente di conoscere il quadro probatorio attualmente a disposizione degli inquirenti. Anche le informazioni che filtrano restituiscono soltanto una parte delle attività in corso.
Resta il fatto che, indipendentemente dal peso che avranno gli esami di Berlino, le conclusioni della consulenza dovranno essere acquisite, esaminate e valutate insieme agli altri elementi raccolti. Un passaggio che potrebbe richiedere ulteriori settimane anche qualora i risultati arrivassero entro la fine di dicembre se non a gennaio.
Salvo ulteriori sviluppi investigativi, è quindi possibile che eventuali decisioni successive alla valutazione degli accertamenti tedeschi slittino ai primi mesi del 2027.
A dieci mesi dalla morte di Antonella e Sara, la complessità del caso appare sempre più evidente. La certezza scientifica dell’avvelenamento con ricina non ha ancora trovato, almeno sul piano delle informazioni ufficialmente disponibili, una corrispondente ricostruzione delle modalità di somministrazione e delle responsabilità.
È su questa distanza tra ciò che è stato accertato e ciò che resta da dimostrare che si concentra il lavoro degli investigatori.
Qualche giorno fa, incalzato, il capo della Squadra Mobile Marco Graziano ha espresso una convinzione accompagnata da un invito alla prudenza: «Il caso sarà risolto, è una certezza. Ma serve tempo e pazienza».
La proroga concessa agli specialisti tedeschi conferma che, almeno sul secondo punto, i tempi dell’inchiesta sono destinati ad allungarsi.
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