Una giornata apparentemente tranquilla, almeno all’esterno della Questura di Campobasso. Nessun movimento particolarmente significativo, nessuna attività riconoscibile rispetto a quelle che, nelle ultime settimane, hanno accompagnato l’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella. Eppure, dietro una ripresa delle indagini soltanto in apparenza ordinaria, potrebbero esserci novità.
Si è aperta ieri un’altra settimana di lavoro per gli uomini della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano e del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Una settimana che fonti qualificate avevano indicato come particolarmente impegnativa, senza fornire dettagli sulle attività programmate.
L’attenzione, nelle ultime ore, si è concentrata su un’indiscrezione che non ha trovato conferme ufficiali. Riguarda la possibile audizione di una persona vicina a Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che ricopre un incarico politico di rilievo in Molise.
Secondo le voci circolate nel corso della giornata, la persona sarebbe stata ascoltata a Larino, lontano dalla Questura di Campobasso, dove abitualmente vengono convocati i testimoni e dove da mesi stazionano le telecamere delle principali trasmissioni televisive che seguono il caso.
Non è stato possibile verificare se l’audizione sia effettivamente avvenuta. Nessuna conferma è arrivata dalle fonti investigative. Non sono noti, inoltre, né l’eventuale oggetto del colloquio né la veste nella quale la persona sarebbe stata convocata. La circostanza resta dunque un’indiscrezione, senza elementi che consentano di attribuirle uno specifico significato investigativo.
Il dato certo è che le indagini proseguono nel massimo riserbo. Anche ieri gli investigatori avrebbero lavorato alla preparazione delle attività previste per oggi e per i prossimi giorni. Potrebbero esserci nuove audizioni, accertamenti tecnici o iniziative di polizia giudiziaria. Ma non è possibile anticipare quali operazioni siano state effettivamente programmate.
La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, mantiene una linea di assoluta riservatezza. Una scelta che ha caratterizzato l’inchiesta fin dalla scoperta della ricina nei campioni biologici di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte rispettivamente il 28 e il 27 dicembre dello scorso anno.
Intanto, mentre gli investigatori continuano a cercare risposte, per le famiglie delle vittime è arrivato un altro momento particolarmente doloroso.
Ieri, nella giornata dedicata alla commemorazione dei defunti, i familiari hanno ricordato per la prima volta Antonella e Sara tra i loro cari scomparsi. Un passaggio difficile, a poco più di dieci mesi dalla tragedia che ha sconvolto Pietracatella.
Le telecamere di “Dentro la notizia” e “La vita in diretta” hanno raccolto le parole di Salvatore, il padre di Antonella, che in questi mesi è diventato uno dei volti più riconoscibili del dolore della famiglia.
Un uomo provato dalla perdita della figlia e della nipote, che non si nega ai cronisti e continua a chiedere che venga fatta piena luce su quanto accaduto.
Accanto a lui gli altri familiari, tra cui il figlio Luigi e la nuora Giovanna. Una famiglia che attende di conoscere la verità, qualunque essa sia. Nelle dichiarazioni rese pubblicamente in questi mesi non hanno mai chiesto vendetta. Hanno chiesto giustizia per Antonella e Sara.
Una richiesta alla quale gli investigatori stanno cercando di dare risposta attraverso un lavoro iniziato molti mesi fa e progressivamente esteso a ogni aspetto della vita delle vittime e delle persone che le frequentavano.
Nel corso dell’inchiesta si sono susseguite numerose ipotesi sulle modalità dell’avvelenamento, sul possibile movente e sull’identità di chi ha somministrato la ricina.
Ipotesi alimentate anche dalle attività di polizia giudiziaria diventate note: perquisizioni, sequestri, sopralluoghi e soprattutto audizioni ripetute di alcune persone. In diversi casi gli stessi soggetti sono stati ascoltati tre, quattro, cinque e persino sei volte.
Un numero elevato di convocazioni che testimonia la necessità di verificare dichiarazioni, ricostruire circostanze e confrontare le informazioni raccolte. Non consente, però, di individuare responsabilità o di stabilire quale direzione abbiano preso gli accertamenti.
La pista sulla quale si concentra l’attenzione è quella di un possibile delitto di prossimità.
Chi ha somministrato il veleno potrebbe aver conosciuto le abitudini di Antonella e Sara, i loro spostamenti, le frequentazioni e le occasioni nelle quali sarebbe stato possibile avvicinarle senza destare sospetti.
L’ipotesi investigativa è quella di un’azione preparata, nella quale anche la scelta della ricina potrebbe avere avuto un significato preciso. Un veleno estremamente tossico, difficile da individuare in assenza di analisi specifiche e i cui effetti iniziali possono essere confusi con quelli di altre patologie.
Non è escluso che chi ha agito abbia tenuto conto proprio della difficoltà di riconoscere rapidamente la sostanza. Ma si tratta di una valutazione ancora da dimostrare, come resta da accertare il grado di pianificazione del duplice omicidio.
La complessità del caso ha richiesto il coinvolgimento del Servizio centrale operativo, che affianca la Squadra Mobile di Campobasso con personale specializzato.
Un’indagine che presenta caratteristiche particolarmente insolite, soprattutto per la sostanza utilizzata, per le modalità dell’avvelenamento e per le difficoltà incontrate nella ricostruzione degli eventi precedenti la morte delle due vittime.
Sono circa 250 le persone ascoltate nel corso degli accertamenti. A queste attività si aggiungono numerosi sopralluoghi, perquisizioni, sequestri di dispositivi elettronici, verifiche sulle comunicazioni e ulteriori attività investigative.
Una parte consistente del lavoro riguarda proprio il materiale informatico.
Nei giorni scorsi la polizia ha acquisito dati e documentazione in quattro istituti scolastici tra Riccia, Campobasso e Casacalenda, nell’ambito delle verifiche sulle eventuali ricerche relative alla ricina effettuate attraverso i sistemi informatici.
Si tratta di materiale sul quale devono ancora essere avviate le operazioni di copia forense. Soltanto dopo sarà possibile procedere a un esame sistematico dei dati acquisiti e verificare l’eventuale presenza di elementi utili.
Parallelamente proseguono gli accertamenti scientifici affidati al Robert Koch Institut di Berlino, al quale sono stati trasmessi numerosi reperti raccolti durante le attività investigative.
I risultati delle analisi tedesche rappresentano uno dei passaggi ancora aperti dell’inchiesta. Gli esperti stanno cercando elementi che possano contribuire a ricostruire la provenienza del veleno e le modalità della sua somministrazione. I tempi potrebbero allungarsi ulteriormente, anche fino alla fine dell’anno.
Restano intanto alcuni punti fermi.
Antonella Di Ielsi, 50 anni, e Sara Di Vita, 15, sono morte per un’intossicazione acuta da ricina. Gli accertamenti tossicologici hanno stabilito che la sostanza è stata ingerita. Gli investigatori hanno escluso l’ipotesi di un’assunzione accidentale e lavorano su quella di un avvelenamento intenzionale.
La ricina è una sostanza tossica contenuta nei semi della pianta del ricino. La sua presenza in natura non rende, tuttavia, ordinaria un’intossicazione di questo tipo. Per gli inquirenti, qualcuno avrebbe dovuto procurarsi quanto necessario per preparare il veleno e fare in modo che le vittime lo ingerissero.
Resta da individuare il momento esatto della somministrazione.
La cena del 23 dicembre continua a rappresentare uno dei riferimenti temporali presi in considerazione. I primi malori furono segnalati la mattina di Natale, anche se non si esclude che i sintomi fossero comparsi già durante la notte precedente.
I tempi di manifestazione degli effetti della ricina sono compatibili con un’assunzione avvenuta nelle ore precedenti. Non è però dimostrato che il veleno sia stato ingerito durante quella cena, né è stato individuato l’alimento o la bevanda eventualmente contaminati.
Anche la possibilità di una somministrazione ripetuta resta tra le ipotesi da verificare.
Molti gli interrogativi ai quali gli investigatori stanno cercando di rispondere attraverso gli accertamenti scientifici, le testimonianze e l’analisi delle relazioni personali delle vittime.
Non è noto quanto il lavoro svolto abbia consentito di restringere il campo dei possibili responsabili. Gli atti disponibili pubblicamente rappresentano soltanto una minima parte della documentazione prodotta in oltre sette mesi di indagini per omicidio volontario.
Il quadro complessivo è nelle mani della Procura e della polizia giudiziaria. Non è possibile stabilire se siano stati già raccolti elementi sufficienti a individuare una persona o più persone sulle quali concentrare gli approfondimenti. Anche se è noto che il numero dei sospettati è assai limitato.
Resta la dimensione di un’inchiesta che ha impegnato centinaia di audizioni e verifiche, numerosi specialisti e laboratori scientifici di livello internazionale.
Una donna di 50 anni e sua figlia di 15 sono state avvelenate. La ricina è stata individuata, la causa della morte accertata. Mancano ancora il responsabile, il movente e la ricostruzione completa della somministrazione.
La settimana appena cominciata potrebbe aggiungere altri elementi. Se saranno sufficienti a imprimere una svolta all’inchiesta, lo diranno soltanto i risultati delle attività investigative.
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