«Ninna nanna cuore mio. Ti prego vita mia la tua vita falla tua. Se mi vorrai conoscere in futuro sarà per me come rinascere. Chiedo scusa. Mi manchi, papà».
Nella sala biblioteca della casa circondariale di Campobasso cala il silenzio quando risuonano le parole della lettera vincitrice della nona edizione di “Scrittodicuore”. Sono parole semplici, ma pesano come macigni. È la voce di un padre detenuto che canta una ninna nanna al figlio che non ha visto crescere, al bambino che forse non conosce nemmeno il suo volto.
È la lettera di Manolo, detenuto nel carcere di Rieti, primo classificato del concorso nazionale che ogni anno raccoglie scritti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta Italia. Una confessione struggente, un dialogo impossibile tra un padre e un figlio separati da errori, distanza e tempo.
La giuria tecnica, nella quale figura il giornalista e scrittore molisano Giovanni Mancinone (presente in carcere per la premiazione ndr) l’ha definita «un appiglio per non morire», una ninna nanna che conserva la purezza rimasta nel cuore di un uomo che cerca ancora una possibilità di essere chiamato papà.
Ma ieri mattina, nel carcere di Campobasso, non hanno “vinto” soltanto le toccanti parole di Manolo. A commuovere profondamente i presenti è stata anche la lettera di Giovanni, detenuto nel penitenziario di via Cavour, premiato con una segnalazione speciale della Giuria Tecnica. Una lettera che non cerca giustificazioni, che non chiede assoluzioni. Racconta soltanto il peso della consapevolezza. «Il volto cambia in base a quello che hai fatto. Ancora sento un senso di vuoto inarrestabile. Vorrei farti sentire quello che sento. Sorrido per finta», queste alcune delle sue parole.
Frasi asciutte, dolorose, che scavano nella fragilità umana e raccontano la fatica quotidiana di convivere con se stessi. Quando la sua lettera è stata letta davanti ai compagni e alle istituzioni presenti, in molti hanno fatto fatica a trattenere l’emozione. Un applauso lungo, sincero. Quello dei compagni detenuti che lo hanno ringraziato: «Grazie Giovanni. Il tuo traguardo è una vittoria per tutti noi».
Forse è proprio qui il senso più profondo di “Scrittodicuore”. Più che una “gara” letteraria, è uno spazio dove il dolore trova il modo per essere raccontato e condiviso.
Le lettere arrivano da tutta Italia, 6 le finaliste: Manolo (carcere di Rieti), Roberto (carcere di Torino), Giovanni (penitenziario di Campobasso), Giacomo (carcere di Benevento), Franceso Antonio (casa di reclusione di Palmi), Cosimo (penitenziario di Foggia). Parlano di solitudine, pentimento, rabbia, redenzione, amore. Ci sono uomini che provano a dare un nome alle proprie ferite e a quelle che hanno inflitto agli altri.
Da nove anni il concorso “Scrittodicuore”, promosso dal Comune di Campobasso e dall’Unione Lettori Italiani con la direzione artistica di Brunella Santoli (recentemente insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica proprio per questo suo straordinario impegno ndr), trasforma la scrittura in uno strumento di libertà interiore che nessuna porta blindata può impedire. «I detenuti sono molto emozionati perché danno voce anche a chi non può essere presente», ha detto la Santoli, anima del progetto e promotrice da oltre vent’anni del laboratorio di lettura che coinvolge una ventina di detenuti della struttura.
Un laboratorio che continua a dimostrare come la lettura e la scrittura possano diventare strumenti di cambiamento. Lo ha sottolineato anche la direttrice della casa circondariale di Campobasso, Rosa La Ginestra: «Il carcere è forse l’unico luogo dove si scrivono ancora lettere. La lettera obbliga a fermarsi, a riflettere sul valore delle parole e a dare spazio alla fantasia».
Parole che assumono un significato ancora più forte in un luogo abitato, attualmente, da 170 detenuti.
«Questi progetti aiutano il percorso di recupero che è la finalità della pena», ha ricordato il prefetto di Campobasso, Michela Lattarulo, che ha consegnato a Giovanni il riconoscimento speciale.
Dal 2023 “Scrittodicuore” è dedicato alla memoria di Pino Roveredo, scrittore che conobbe il carcere e ne raccontò le ombre. Una presenza che continua ad accompagnare il premio e la sua missione. Perché dietro le sbarre – definito il luogo del dolore per eccellenza – c’è ancora chi scrive una ninna nanna a un figlio che probabilmente non rivedrà mai. C’è chi trova il coraggio di confessare il proprio vuoto. C’è chi prova a ricominciare da una pagina bianca. E ieri, tra quelle mura, le parole hanno restituito un volto umano a storie che spesso restano invisibili. Come ha scritto Giacomo, terzo classificato, chi è in carcere ha tre vie davanti a sé: reinserirsi nel “mondo dei vivi”, continuare a delinquere (come spesso, purtoppo, accade) e poi c’è la terza via, quella di «chi non uscirà mai perché porterà il carcere con sé anche fuori».
Noemi Galuppo





























