Gabriele Scarduzio è un giovanottone di Monteroduni. Alto, robusto, ha il volto pacioso, capelli ricciuti e baffetti ordinati ma il fegataccio di chi vuol vendicare l’onta di Caporetto. Pieno di vita e di coraggio, i compagni del IX reparto d’assalto lo chiamano il gigante buono. Il maggiore Messe, comandante e anima del IX, lo descrive «entusiasta, pieno di fede nei destini della Patria, animato dal più puro sentimento del dovere, valoroso e sprezzante del pericolo, magnifico trascinatore di uomini».
Che sia dotato di grande ardimento, di spirito combattivo, lo testimonia con la volontà di tornare al fronte nonostante le due ferite riportate in due diversi combattimenti. Un coraggio, un cuore, una generosità che gli hanno guadagnato «l’universale stima e soprattutto l’affetto profondo e sincero di tutti i colleghi e dei propri soldati».
È nato il 18 maggio del 1896 da famiglia agiata. Compiuti gli studi, parte nel liceo-ginnasio di Isernia parte in quello di Sessa Aurunca, si è iscritto alla facoltà di lettere dell’Università di Napoli. La guerra ha mutato i destini di milioni di giovani. Gli studenti universitari sono quasi tutti avviati ai corsi allievi ufficiali di complemento, anche il nostro Gabriele. Poi nell’estate del ‘17 è stato tra i primi a presentarsi per i costituendi reparti d’assalto.
Qui una fola va subito smentita. Che gli arditi siano stati reclutati dalle patrie galere, teppa di violenti, assassini e ladroni d’ogni sorta. Non è da escludere che, quando i primi reparti sono stati allestiti, gente di malaffare, attratta dal migliore trattamento e dal soldo, si sia infiltrata tra i volontari. E ci vuol poco, in simili circostanze, a generalizzare, a trasformare l’eccezione in diffuso comportamento. In realtà già nel dicembre è stato vietato, con espressa circolare, l’arruolamento tra gli arditi di condannati per reati comuni. Gli arditi sono infatti giovani, volontari, costanti, forti, intrepidi, coraggiosi. Arditi insomma.
Sul finire del 1917 Scarduzio è con il VI reparto della IV Armata, addestrato a Zortea, in dicembre è a Pove ai piedi del Grappa in attesa del primo impiego nel nuovo teatro di guerra.
Attesa che non dura a lungo, si va sull’Asolone. È il 15 gennaio. Bisogna rettificare la linea e migliorare le posizioni da nord di Osteria del Lepre alla testata di Val Cesilla. Sostenuti dalle artiglierie attaccano il 22° della brigata Cremona e il 139° della “Bari”. Ci sono anche gli arditi, come detto: Il XVIII e il VI di Scarduzio e del capitano Angelo Zancanaro, futura medaglia d’oro della Resistenza. Si fanno largo a colpi di thevenot, un petardo offensivo che produce pochi danni ma molto rumore e spavento. Scarduzio guida il suo plotone contro l’avversario che cerca la manovra di aggiramento, incita gli uomini, è in prima fila, piomba nella munita postazione austriaca. Poi il pugnale, e prigionieri non se ne fanno. È ferito, ma non desiste. La trincea alfine è conquistata, solo ora il giovane ufficiale di Monteroduni si lascia trasportare al posto di medicazione. Avrà per questa azione la sua prima medaglia d’argento.
Dopo tali avvenimenti il VI reparto torna a Pove, dove Scarduzio rientra al termine della convalescenza per riprendere l’addestramento. Intenso, sfiancante. Ancora di più quando nel febbraio del ‘18 il maggiore Giovanni Messe ne prende il comando. Tutto il repertorio guerresco: lancio di bombe, avanzata sotto l’arco delle traiettorie di mitragliatrici e artiglieria, uso del lanciafiamme, addestramento per pattuglie, riunione per più plotoni e impiego simultaneo, ma anche ginnastica, disciplina, educazione morale. Messe viene dal 57° fanteria e dalla gavetta. È entrato nell’Esercito quale allievo sergente, ne uscirà Maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore. Pugliese, tarchiato, è un fascio di muscoli e di energie, soprattutto morali, sorretto da una volontà ferrea e in pochi giorni trasforma il reparto, forgiato secondo il su volere e pronto a ogni impresa. Il 12 maggio muta la numerazione in IX d’assalto.
L’armamento individuale e di reparto è accurato, adeguato ai compiti assegnati a truppe agili e decise: moschetto 91 con baionetta ripiegabile, petardi e bombe a mano, pistole-mitragliatrici, mitragliatrici ovviamente, cannoncini da 65/17. E soprattutto il pugnale, arma di particolare efficacia nel corpo a corpo. La stessa uniforme è differente da quella delle fanterie: giubba aperta, fiamme nere al bavero, maglione grigioverde, calzettoni al posto delle fasce mollettiere. Inoltre gli arditi sono esentati dai turni di trincea per essere impiegati solo nell’assalto.
Sabato 15 giugno 1918. Inizia la disperata, ultima offensiva dell’esercito asburgico, obiettivo Milano. L’attacco viene sferrato sugli Altipiani, sul Grappa, sul Montello e sul Piave che è varcato in più punti. I nostri però resistono saldamente e in pochi giorni gli austriaci sono costretti e ripassare il fiume, consapevoli che la guerra è ormai perduta.
Tra la Val Duga e Osteria del Lepre il nemico irrompe all’attacco alle 7 impossessandosi dell’Asolone, del Col Moschin e del Fagheron. Il Comando di divisione decide allora di impegnare il IX. Il maggiore chiama a rapporto gli ufficiali: «Il nemico ha sfondato e marcia rapidamente. Bisogna immediatamente contrattaccare con tutto l’impeto nostro e ributtarlo» altrimenti chiuderebbe in una sacca l’intero Corpo d’Armata.
Alle 12.15 tutto il reparto, coadiuvato da due battaglioni della brigata Basilicata, è già sul Col del Gallo con l’ordine di riconquistare il terreno perduto. C’è anche Scarduzio. Il nemico in breve viene circondato, battuto e ricacciato dal Fagheron. Alle 22 il IX scatta ancora in avanti e riprende il Fenilon. Ma alle 4 arriva ordine che anche il Col Moschin deve essere rioccupato a qualunque costo. Alle 6 il IX è già ammassato e alle 7 si lancia in avanti. In dieci minuti ogni resistenza è schiantata, 300 i prigionieri, la vetta raggiunta al costo di 5 arditi caduti e 81 feriti.
Ma non è finita qui. Occorre riconquistare tutte le posizioni perdute, occorre rioccupare il monte Asolone. Naturalmente tocca al IX. L’ordine di muovere viene consegnato alle prime luci del 24 giugno. Si avanza così per Val San Lorenzo e Val Damoro. Raggiunta la prima linea, alle 16 in punto due compagnie escono allo scoperto e avanzano di corsa. Scarduzio è al comando di una sezione lanciafiamme. Le schwarzlose, puntate sui varchi, sventagliano senza posa. Fucileria, shrapnel e granate non fermano gli arditi. Non si ferma certo Scarduzio che sale la china noncurante dell’intenso fuoco nemico. “Messe!” è il grido di battaglia. Il plotone del tenente Scarduzio ingaggia violento il corpo a corpo con un folto nucleo di austriaci. Lotta spietata, Gabriele è ferito al petto, abbastanza gravemente, anche questa volta rifiuta il soccorso e continua a combattere e a incitare «con parole ardenti di entusiasmo e di fede» dice la motivazione della seconda medaglia. La cima dell’Asolone è presa, il nemico sloggiato nonostante siano accorse le riserve, ma battuta dalle artiglierie austriache, non può essere tenuta.
Il 24 ottobre 1918 ha inizio la nostra vittoriosa offensiva. Già il 25 il IX è chiamato a fare la sua parte e deve tentare nuovamente di espugnare l’Asolone per occupare poi il Col della Berretta. Risalita la Val Damoro, alle 5.30 il reparto è nelle trincee di partenza. Cielo semicoperto annota il Diario, temperatura freddina, non più di 7 gradi. Alle 8 fuoco di distruzione di artiglierie e bombarde. Preciso, efficace. Alle 8.15 gli arditi serrano sotto i reticolati: «Alle 8.28 prima che l’artiglieria abbia allungato il tiro il reparto d’assalto scatta fulmineo all’attacco».Come di consueto è impegnato l’intero battaglione: una compagnia, la 3ª, contro q.1. 486, la 1ª verso la selletta di q. 1.520, la 2ª di seconda ondata. Scarduzio è l’anima della 1ª compagnia. L’avversario è sorpreso dalla veemenza dell’azione e arretra, in molti, circa 600, si arrendono.
Gabriele è una furia, facendo largo uso del lanciafiamme stana o incenerisce quanti gli si parano innanzi: «Fu un potente collaboratore della vittoria riportata in quel giorno che condusse alla cattura di diverse centinaia di prigionieri» scrive Giovanni Messe al fratello Domenico e al tenente colonnello Sagna, cognato dei due.
Si combatte al Cason delle Fratte, in Valle delle Saline, sulle varie quote. Il Col della Beretta è nostro «dopo breve e violenta lotta». Gli austriaci però non demordono e alle 10 contrattaccano in forze. Gli arditi li fugano per la seconda volta «a colpi di bombe a mano e di pugnale». Ma sono troppi e continuamente rincalzati dalle riserve, bisogna ripiegare. Il IX si raduna sulla vetta dell’Asolone, investito dal tiro corto della nostra artiglieria e presto deve abbandonare anche quella cima. Le perdite della giornata sono di 35 morti (con 5 ufficiali), 148 feriti e 6 dispersi fra i quali l’ardito Carmine Di Ciero, ventunenne di Spinete.
Si arriva così all’alba del 29. Nella serata precedente il comandante del Corpo d’Armata, il futuro quadrumviro Emilio De Bono, ha riunito i comandanti di divisione, di brigata e dei reparti d’assalto per illustrare modalità e scopi dell’attacco da sferrare l’indomani. Si dovrà avanzare su tre colonne, il IX precederà la colonna “A” con due compagnie e la “C” con la terza. Alle 6 il reparto è già schierato. Nebbia, nevischio, freddo pungente. Il morale però «è elevatissimo». Ore 9, artiglieria e bombarde aprono il fuoco di distruzione. I tiri delle bombarde sono quasi tutti corti e cadono davanti ai reticolati austriaci senza causare danni. Si va lo stesso, lo scatto alle 9.25. Parte la prima ondata guidata proprio da Scarduzio, di corsa, lanciando petardi, seguita dalle 9.34 dagli altri plotoni. Il nemico questa volta è in avviso e non si lascia sorprendere. Nidi di schwarzlose falciano gli italiani, quasi tutta la prima ondata è distrutta. Gabriele, con la sua sezione lanciafiamme, si batte come un leone «portando lo scompiglio e il terrore nelle file nemiche». Gli arditi zittiscono le mitragliatrici a una a una con lancio di bombe a mano e getti di liquido infiammato. Scarduzio «prode ed erculeo» è ovunque. Distrugge varie postazioni di mitragliatrici, rovescia trincee, cattura prigionieri, «mani in alto, hand auf, hand auf», fa pulizia delle caverne dove sono in attesa i rincalzi. Quando «portato dal suo entusiasmo» si scaglia contro l’ennesima sezione di mitragliatrici, una raffica lo coglie al petto uccidendolo. Mancano solo sei giorni alla fine della guerra.
Per il tenente Gabriele Scarduzio c’è la proposta di medaglia d’oro al valore che avrebbe sicuramente meritato, avrà la terza medaglia d’argento. La salma, recuperata dal campo di battaglia, viene trasportata a Bassano e lì inumata con tutti gli onori militari. «Non è certo facile trovare parole capaci di portare conforto al suo dolore – scrive ancora Messe al fratello Domenico – ma il conforto può venirle soltanto dal pensiero che suo fratello ha sacrificato la sua giovinezza per un’idea giusta e santa e che col suo sangue generoso ha contribuito alla grandiosa vittoria dell’Italia nostra».
Oggi il “gigante buono” di Monteroduni, riposa nel Tempio Ossario di Bassano del Grappa, tomba 202. Sono 36 gli arditi molisani morti nel corso della guerra, 13 i decorati.
Massimo Vitale


























