Un piano industriale giudicato «insufficiente», incapace di garantire il futuro degli stabilimenti italiani, senza risposte concrete per Termoli e con il rischio concreto di una nuova emorragia occupazionale. È un giudizio pesantissimo quello espresso dalla Fiom Cgil dopo la presentazione del nuovo piano mondiale di Stellantis, illustrato dal gruppo automobilistico il 21 maggio scorso. Nella sede della Cgil di Termoli, il nuovo responsabile automotive nazionale della Fiom, Ciro D’Alessio, e Alfredo Fegatelli, assieme a Gianluca Falcone e Vito Bratta, ieri mattina, hanno tracciato un quadro estremamente critico del futuro dell’automotive italiano, puntando l’attenzione soprattutto sui siti di Termoli e Atessa e sull’intera filiera dell’indotto. L’intervista arriva a pochi giorni dalla presentazione del piano globale di Stellantis e rappresenta una delle prime prese di posizione ufficiali della Fiom dopo l’arrivo di Antonio Filosa alla guida del gruppo. Per il sindacato, però, il cambio al vertice non ha prodotto alcuna inversione di rotta reale. «Assolutamente no», risponde infatti senza esitazioni Ciro D’Alessio alla domanda se il piano industriale abbia convinto la Fiom. «Riteniamo che sia del tutto insufficiente a dare le risposte necessarie per salvare gli stabilimenti italiani». Secondo il dirigente sindacale, Stellantis avrebbe ormai spostato il baricentro strategico dei propri investimenti fuori dall’Europa e soprattutto fuori dall’Italia. «I maggiori investimenti si sono fatti negli Stati Uniti e nel Nord Africa», osserva D’Alessio, mentre per gli stabilimenti italiani si starebbe aprendo uno scenario completamente diverso: quello di produzioni sempre più legate a partnership e modelli cinesi. «In che modo ancora non ci è dato sapere», precisa il sindacalista, ma il timore della Fiom è che l’Italia possa progressivamente perdere centralità industriale all’interno del gruppo automobilistico. Nel dettaglio, la Fiom denuncia l’assenza di risposte per numerosi siti produttivi italiani. Cassino viene citato come uno degli esempi più preoccupanti: lo stabilimento avrebbe prodotto appena 19mila vetture nell’ultimo anno e rischierebbe addirittura un ulteriore ridimensionamento. Mirafiori, invece, continua ad attendere l’assegnazione di un secondo modello e l’installazione di una nuova linea produttiva. Su Pomigliano la Fiom riconosce almeno un primo segnale con l’assegnazione della nuova e-car, cioè della nuova vettura elettrica di massa che dovrebbe essere prodotta nello stabilimento campano. Una scelta che il sindacato rivendica come una richiesta avanzata da tempo. «Noi chiediamo da sempre l’assegnazione di un’auto mass market elettrica in Italia», ricorda D’Alessio. Tuttavia, anche in questo caso, il sindacato sottolinea che mancano ancora dettagli concreti sulle modalità produttive e sulla filiera industriale che accompagnerà i nuovi modelli elettrici. Ed è proprio qui che il discorso torna con forza su Termoli. Per la Fiom, il nuovo scenario dell’elettrico rende inevitabile riaprire il dossier Gigafactory. «Ora che finalmente è arrivato l’elettrico in Italia, si ripropone prepotentemente il tema dell’indipendenza nella produzione delle batterie», spiega D’Alessio. La domanda posta dal sindacato è diretta: «Da dove verranno prese le batterie che saranno montate sulle e-car prodotte a Pomigliano?».
Da qui la richiesta di rilanciare immediatamente il progetto Gigafactory di Termoli. «Pensiamo che sia arrivato il momento di riprendere il progetto della Gigafactory di Termoli e rimetterlo in piedi, perché oggi è diventata una necessità», insiste il responsabile automotive della Fiom. Una posizione che il sindacato lega direttamente alle scelte strategiche illustrate da Stellantis il 21 maggio. Ma nel mirino della Fiom non c’è soltanto Stellantis. Il sindacato attacca frontalmente anche la politica italiana ed europea, accusata di non avere strumenti adeguati per affrontare la crisi del settore automotive. Durissimo il giudizio sul governo nazionale e sul ministro Adolfo Urso. D’Alessio critica la tempistica del tavolo automotive convocato per il 14 luglio, considerandola incompatibile con la gravità della situazione. «Se questo è il livello di emergenza che c’è da parte del governo sulla crisi dell’automotive siamo messi male», afferma senza mezzi termini. La Fiom ricorda inoltre che uno dei primi interventi dell’attuale esecutivo sarebbe stato il taglio del fondo automotive stanziato dal precedente governo. Una scelta giudicata gravissima in una fase di piena transizione industriale. Per questo il sindacato chiede la creazione di un nuovo fondo pubblico e soprattutto di nuovi ammortizzatori sociali destinati alle aziende della componentistica, molte delle quali starebbero esaurendo gli strumenti di sostegno già esistenti. «Chiediamo un ammortizzatore per la transizione che accompagni le aziende in questa fase di profondo cambiamento tecnologico», spiega D’Alessio. Il dirigente Fiom parla apertamente di un governo «totalmente assente», accusato di non avere una vera politica industriale. E critica anche la narrazione istituzionale secondo cui il piano industriale 2024 di Stellantis starebbe rispettando gli impegni assunti. «Ricordo che in quel piano c’era anche la Gigafactory di Termoli», sottolinea. Critiche severe arrivano anche all’Europa. Secondo la Fiom, Bruxelles non sarebbe riuscita a costruire una politica industriale capace di difendere realmente il settore automotive continentale. Il sindacato denuncia l’incapacità di vincolare gli aiuti pubblici al mantenimento della produzione e dell’occupazione nei singoli Paesi e critica la dipendenza europea dall’importazione delle batterie. «Non riesce a mettere su una politica industriale che determini il fatto che le batterie non vengano importate in Europa», osserva D’Alessio. Grande attesa, inoltre, per il decreto automotive annunciato dal governo. La Fiom parla di uno stanziamento ipotizzato da un miliardo e sei, ma giudicato insufficiente. «Un miliardo e sei è insufficiente per affrontare questa crisi», ribadisce D’Alessio, sostenendo che i vari tavoli automotive degli ultimi anni abbiano prodotto «più danni che altro» e siano stati spesso soltanto «paraventi politici» rispetto agli impegni non mantenuti da Stellantis. La Fiom chiede dunque risorse molto più consistenti, il ripristino dei fondi automotive tagliati e nuovi strumenti di tutela occupazionale. Ma soprattutto chiede che le aziende vengano vincolate a mantenere produzione e occupazione in Italia. Nella seconda parte dell’intervista, Alfredo Fegatelli entra nel dettaglio della situazione degli stabilimenti di Atessa e Termoli. Per quanto riguarda il sito abruzzese, il segretario Fiom Abruzzo-Molise conferma che si starebbe lavorando su un possibile nuovo furgone previsto tra il 2029 e il 2030. «Sappiamo che ci sono una serie di ditte all’interno dello stabilimento che stanno facendo verifiche», spiega. Tuttavia, non esisterebbero ancora dettagli definitivi sugli investimenti.
Secondo Fegatelli, anche l’eventuale nuovo investimento su Atessa sarebbe comunque condiviso con il sito polacco di Gliwice, confermando una strategia produttiva sempre più distribuita su più stabilimenti europei. «Continuerà questo meccanismo che vedrà la produzione dei furgoni su due siti diversi», osserva il dirigente sindacale. Ma è ancora una volta Termoli il punto più delicato dell’intera analisi. «Su Termoli rimaniamo sempre abbastanza preoccupati», ammette Fegatelli. La Fiom considera insufficiente il riferimento ai nuovi prodotti collegati ai cambi e continua a ritenere fondamentale il rilancio del progetto Gigafactory. «Riteniamo che il progetto della Gigafactory non possa essere abbandonato», ribadisce il segretario Fiom Abruzzo-Molise. A preoccupare ulteriormente il sindacato c’è poi il destino del motore Gme prodotto nello stabilimento molisano. Secondo quanto riferito dalla Fiom, esisterebbe il rischio concreto di uno spostamento della produzione negli Stati Uniti. «C’è la spada di Damocle del motore Gme che praticamente rischia di andare in America», spiega Fegatelli. Una prospettiva che potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’occupazione. «Questo potrebbe creare un problema intorno alle 500-600 persone». Il sindacato precisa che al momento non esistono ancora comunicazioni definitive ufficiali, ma i segnali che arrivano dalla “galassia Stellantis” continuano ad alimentare forte apprensione tra i lavoratori e nell’intero indotto. «Siamo ancora in attesa di conoscere i particolari», osserva Fegatelli. La conclusione della Fiom è netta: il nuovo piano industriale di Stellantis, almeno per Termoli, «non ha apportato assolutamente nulla». Anzi, per il sindacato il rischio è quello di assistere a un ulteriore spostamento strategico del gruppo verso gli Stati Uniti e verso accordi industriali internazionali, mentre il futuro del sito molisano resta ancora senza una prospettiva chiara. Per questo la Fiom rilancia ancora una volta la necessità di riaprire immediatamente il confronto sulla Gigafactory e di costruire una strategia industriale vera per salvare occupazione, produzione e filiera automotive italiana.
Emanuele Bracone



























