CAMPOBASSO. Si è aperta un’altra settimana intensa, e potenzialmente importante, nell’ambito del complicatissimo giallo di Pietracatella. Una settimana che, secondo quanto trapela, sarà ancora scandita da nuove audizioni, approfondimenti investigativi e attività tecniche delegate dalla Procura di Larino agli uomini della Squadra Mobile di Campobasso guidata dal dirigente Marco Graziano nel tentativo di ricostruire ogni dettaglio attorno alla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso all’ospedale Cardarelli dopo essere state avvelenate con la ricina.
La novità delle ultime ore riguarda l’audizione, avvenuta ieri mattina in Questura, dell’attuale sindaco di Pietracatella Antonio Tomassone, riconfermato alla guida del paese con le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio scorsi. Un passaggio arrivato un po’ a sorpresa e che apre inevitabilmente nuovi interrogativi sul lavoro investigativo in corso.
Tomassone è stato ascoltato per circa due ore dagli investigatori. E, almeno per stessa ammissione del primo cittadino all’uscita dagli uffici di via Tiberio, le domande non hanno riguardato soltanto l’attualità o il clima vissuto dalla comunità dopo la tragedia.
«Non ero ancora stato sentito, credo anche perché in paese ci sono state le elezioni, e penso sia normale che anche io sia stato convocato. Gli inquirenti stanno sentendo un po’ tutti per capire realmente cosa sia accaduto e io mi fido del loro lavoro», ha spiegato Tomassone.
Ma è un altro passaggio a catturare particolarmente l’attenzione. Alla domanda se gli fossero state chieste informazioni anche sugli anni in cui lui era assessore e Gianni Di Vita ricopriva la carica di sindaco, Tomassone ha risposto senza esitazioni: «Sì, abbiamo parlato di tutto».
Parole che inevitabilmente aprono nuovi scenari interpretativi sul lavoro svolto dalla Squadra Mobile. Non è chiaro dove vogliano arrivare gli investigatori scavando anche nel passato amministrativo di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, oggi parte offesa della vicenda insieme alla figlia Alice. Le ipotesi, almeno sul piano logico, potrebbero essere diverse.
Da un lato, si potrebbe tentare di comprendere se negli anni dell’esperienza amministrativa di Di Vita possano essersi creati attriti, dissidi o situazioni potenzialmente conflittuali mai del tutto sopite. Dall’altro, non si può escludere che gli investigatori stiano cercando di ricostruire meglio il profilo di qualcuno dei soggetti attenzionati, magari persone che in qualche modo potrebbero aver avuto rapporti con la vita amministrativa del paese o aver ricoperto ruoli collegati, direttamente o indirettamente, all’attività comunale.
Tomassone, tuttavia, è rimasto prudente. Alla domanda se questo significhi che si stia indagando anche su quegli anni, il sindaco ha preferito non sbilanciarsi: «Questo dovreste chiederlo agli inquirenti anziché a me. Ho fatto quello che dovevo da sindaco, da amico e conoscente della famiglia. Ed è giusto che sia così».
Il primo cittadino ha poi parlato delle condizioni di Gianni Di Vita e della famiglia, segnate da mesi difficili e da una pressione mediatica che continua a pesare. «È molto provato perché non riescono più a vivere una vita normale. Avvertono molto la pressione mediatica. Il loro umore è molto giù», ha detto riferendosi a Gianni, alla figlia Alice e ai familiari più vicini.
Tomassone ha escluso di aver mai parlato con Gianni di eventuali sospetti: «Di questo non abbiamo mai parlato».
Sul clima che si respira in paese, il sindaco ha poi affrontato anche un tema emerso negli ultimi giorni: quello del rapporto sempre più complicato tra parte della comunità e i giornalisti che da mesi seguono il caso.
Nei giorni scorsi aveva fatto discutere anche l’appello del parroco del paese ai fedeli a non conferire con la stampa. Un invito interpretato da qualcuno come una presa di distanza dal lavoro dei cronisti.
«Non lo so», ha risposto il sindaco alla domanda sulle ragioni della scelta. «Presumo perché ci sono le indagini in corso e ogni cosa detta può essere utilizzata in maniera non consona, secondo il parroco e secondo tutti».
Tomassone ha però provato anche a stemperare il clima, spiegando come la comunità stia vivendo mesi particolarmente pesanti: «Tutti noi stiamo attendendo di capire cosa possa essere successo. Abbiamo però compreso che ci vorrà tempo perché la situazione è complessa ed è giusto che gli inquirenti facciano il loro lavoro e prendano il loro tempo. Nel frattempo vi chiediamo di essere un po’ più tranquilli sia nei confronti della famiglia sia nei confronti dei nostri concittadini: vorremmo solo vivere un po’ più in tranquillità in attesa che le indagini giungano al termine».
Un altro passaggio importante dell’intervista riguarda Laura Di Vita, cugina di Gianni, che – salvo slittamenti dell’ultima ora – dovrebbe essere ascoltata nuovamente dagli investigatori nelle prossime ore. Per lei si tratterebbe della quarta convocazione, forse addirittura della quinta dall’inizio dell’inchiesta.
Laura vive con la madre proprio di fronte all’abitazione di via Risorgimento, il luogo dove – secondo l’ipotesi oggi più accreditata – Antonella e Sara avrebbero assunto la sostanza tossica. Una posizione che rende inevitabilmente il suo racconto particolarmente rilevante per gli investigatori.
Non solo. Dopo il sequestro disposto dagli inquirenti sulla casa della tragedia, era stata proprio Laura ad ospitare per alcune settimane Gianni e Alice Di Vita, prima che padre e figlia decidessero di trasferirsi altrove.
Alla domanda sulle condizioni della donna, Tomassone ha parlato di una persona «purtroppo assediata dai media». E rispetto alle immagini che l’avevano mostrata presente ai festeggiamenti elettorali dopo la riconferma del sindaco, ha precisato: «“Festeggiava” è un parolone. Era lì, è giusto che anche lei debba riprendersi la sua vita».
Ma la settimana appena iniziata potrebbe essere importante anche sul piano tecnico-investigativo.
Resta infatti atteso un nuovo sopralluogo della Polizia Scientifica di Campobasso e Napoli nell’abitazione di via Risorgimento, ancora sotto sequestro. Dopo il prelievo e la copia forense dei dispositivi elettronici – telefoni cellulari, tablet, computer e router wifi – questa volta l’attenzione dovrebbe concentrarsi sugli ambienti della casa.
Da quanto trapela, gli specialisti dovrebbero utilizzare metodiche particolarmente sofisticate per cercare eventuali tracce residue di ricina o qualsiasi altro elemento utile alla ricostruzione del duplice omicidio. Un’attività ritenuta particolarmente delicata e che, secondo gli investigatori, potrebbe contribuire a restringere ulteriormente il cerchio attorno ai sospetti.
La data dell’accertamento non sarebbe stata ancora comunicata alle parti, anche per la complessità tecnica delle operazioni.
Intanto il numero delle persone ascoltate continua a crescere. Da mesi la Squadra Mobile sta ricostruendo relazioni personali, frequentazioni, abitudini e movimenti delle persone che, a vario titolo, orbitavano attorno alla famiglia Di Vita-Di Ielsi.
Nel massimo riserbo che continua a circondare l’inchiesta, un elemento però sembra emergere con chiarezza: gli investigatori stanno scavando in profondità. Senza lasciare nulla al caso. Anche tornando indietro negli anni, laddove ritengano possa esserci un dettaglio utile per arrivare alla verità.
lu.co.




























