Le conclusioni della relazione autoptica sulle morti di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita sono arrivate in Procura. Ma il pubblico ministero Elvira Antonelli ha deciso in non deposito.
Non si tratta di una nuova proroga concessa ai consulenti, ma di una scelta processuale motivata dalla necessità di attendere l’elaborato definitivo, completo delle firme di tutti gli specialisti e dei relativi allegati. È quanto emerge dal provvedimento firmato il 1° luglio dalla titolare dell’inchiesta, che dispone espressamente il mancato deposito delle conclusioni della consulenza tecnica.
La decisione nasce da una comunicazione inviata dal medico legale Benedetta Pia De Luca. Nella nota, la consulente spiega di aver trasmesso via posta elettronica le sole conclusioni della relazione, riservandosi l’invio dell’intero elaborato dopo aver raccolto le sottoscrizioni originali di tutti i componenti del collegio peritale, distribuiti in diverse aree del territorio nazionale. Un’attività resa più complessa proprio dalla composizione multidisciplinare del gruppo di lavoro, del quale fanno parte, tra gli altri, il direttore del Centro Antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia, Carlo Locatelli, e il chimico forense Daniele Merli.
Per questo motivo la Procura ha ritenuto opportuno attendere il deposito della consulenza nella sua versione definitiva, comprensiva degli allegati, così da consentire agli indagati, alle persone offese e ai rispettivi difensori di prendere visione di un documento completo e formulare eventuali osservazioni o controdeduzioni sulla base dell’intero quadro tecnico-scientifico.
Una scelta che conferma ancora una volta l’approccio seguito dalla Procura di Larino fin dalle prime fasi dell’indagine: nessuna accelerazione e nessun passaggio formale compiuto prima che ogni elemento risulti definito.
Nel frattempo, il lavoro investigativo prosegue su due binari paralleli.
Da un lato gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino si preparano ad avviare, dal 7 luglio, le analisi sui reperti biologici e sui circa settanta alimenti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento, accertamenti destinati a verificare la concentrazione della ricina, l’eventuale presenza di residui della tossina e possibili contatti con altri soggetti.
Dall’altro continua senza interruzioni l’attività della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano. Anche ieri negli uffici della Questura di Campobasso sono proseguite le audizioni di persone informate sui fatti. Ogni dichiarazione viene confrontata con quelle già raccolte nei mesi scorsi e con i dati estratti dai telefoni cellulari e dagli altri dispositivi elettronici sequestrati durante le indagini.
Le indiscrezioni raccolte negli ambienti investigativi continuano a indicare un quadro ormai circoscritto. I sospettati sarebbero non più di due o tre, ma da Procura e Polizia continua a non arrivare alcuna conferma ufficiale. Il riserbo resta assoluto e gli inquirenti sembrano impegnati soprattutto a consolidare con ulteriori riscontri gli elementi già acquisiti.
Anche il primo filone dell’inchiesta, quello relativo ai cinque medici iscritti nel registro degli indagati per consentire gli accertamenti irripetibili, resta in attesa della consulenza autoptica definitiva. I difensori sono pronti a chiedere l’archiviazione delle rispettive posizioni, ma intendono farlo solo dopo aver esaminato integralmente la relazione.
Nel corso dell’incidente probatorio avevano infatti ottenuto l’inserimento di uno specifico quesito rivolto ai consulenti: stabilire se la patologia da avvelenamento fosse riconoscibile dai sanitari che ebbero in cura Antonella e Sara e se siano stati rispettati i protocolli previsti. In questi mesi gli stessi esperti hanno spiegato come la diagnosi di un’intossicazione da ricina sia estremamente complessa e come, allo stato delle conoscenze scientifiche, non esista un antidoto specifico. La formalizzazione di queste conclusioni rappresenta ora il passaggio atteso dai legali prima di presentare le istanze di archiviazione.
L’impressione è che, ancora una volta, la Procura preferisca rinviare di qualche giorno un adempimento piuttosto che depositare un documento incompleto. Una scelta coerente con il metodo seguito finora: costruire un impianto probatorio destinato a reggere a ogni possibile verifica, prima scientifica e poi processuale.
lu_co

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