Il 26 dicembre 2020 entra al Cardarelli, in Pronto soccorso, per una flebite: negativa al tampone per la ricerca di SarsCov2. Il 30 viene ricoverata in Chirurgia, senza attendere l’esito del secondo tampone che arriva il 2 gennaio e la donna, 91 anni di Campobasso, è positiva. Le sue condizioni peggiorano fino alla morte: il suo cuore smette di battere l’11 gennaio 2021.
Il giudice del Tribunale civile del capoluogo, Luca Pio Orlando, ha condannato l’Asrem a risarcire i tre figli dell’anziana ravvisando responsabilità organizzativa e colpa medica. «Ha contratto il virus in ospedale e non è stata curata adeguatamente», ha spiegato l’avvocato Vincenzo Iacovino che ha incontrato la stampa insieme ai colleghi che hanno curato con lui il ricorso e la causa.
Protocolli violati, paziente abbandonata e terapie decise in ritardo: queste le cause che avrebbero portato alla morte per Covid della 91enne ricoverata durante la seconda ondata e ricostruite in una sentenza destinata a fare da precedente. Una delle prime in Italia legate alla pandemia che riconosce la responsabilità dell’azienda sanitaria su entrambi i fronti: la mancata osservanza dei protocolli e la malpractice.
«Siamo di fronte alla violazione di ogni protocollo volto alla tutela del paziente durante il ricovero Covid – ha sottolineato Iacovino – e il giudice mette in evidenza anche delle gravissime omissioni, sostenendo che nel caso in cui ci fossero state delle cure tempestive questa paziente non sarebbe deceduta. Quindi a nostro modo di vedere è una condotta omissiva che ha portato al decesso».
Ha poi proseguito seguendo il filo della decisione, «questa donna non è stata sottoposta a visita, è stata lasciata lì, abbandonata. I sanitari hanno prestato le cure pertinenti solo dopo aver fatto un esame al torace, ma ormai era troppo tardi. Se quella cura fosse intervenuta qualche giorno prima questa persona probabilmente si sarebbe salvata». Il legale ha infine ricordato che questo caso, insieme ad altri simili, era stato trattato in sede penale ma le accuse erano state archiviate. «Questa a mio modesto avviso si chiama pandemia colposa, causata da condotte omissive e sarebbe il caso che la procura della Repubblica prendesse questa decisione e rivalutasse questo caso».
Il risarcimento, per danno biologico terminale (lesione del diritto contrattuale che si instaura fra paziente e ospedale dal momento dell’accettazione e ricovero) riconosciuto come ereditario ai figli e per danno parentale (subito direttamente dagli eredi per il decesso della donna), è stato liquidato in circa 200mila euro. Il giudice ha calcolato una cifra molto più alta ma l’ha poi ridotta in via equitativa (del 60%).
Verdetto di primo grado, dunque appellabile. Anche dai ricorrenti proprio sulla decurtazione.
Ma, ha concluso Iacovino, l’aspetto prioritario non è certo quello economico bensì l’affermazione di principi che il Comitato vittime Covid ha sempre ritenuto acclarati rispetto alla gestione della pandemia in Molise. Al suo rammarico per le archiviazioni disposte, al contrario, in sede penale si è aggiunto quello della presidente del Comitato, Nadia Perrella. Anche sua madre, ha raccontato con la voce rotta dalla commozione, è morta «legata a un letto, senza essere assistita, senza poter bere un bicchiere d’acqua». Storie comuni di dolore condiviso tra i familiari delle vittime. La sentenza del giudice Orlando ha aperto un varco per riconoscere dignità alla loro battaglia. Nadia, come gli altri, avrebbe voluto si accertasse anche la responsabilità penale per la morte dei loro cari. ritai





























