Vannacci, la legge elettorale, le priorità programmatiche per gli ultimi mesi di mandato, per quello parlamentare ormai davvero pochi, del centrodestra a Roma e Campobasso. Qui, in regione, la priorità rimane la sanità. Su questo terreno, il presidente di Palazzo D’Aimmo Quintino Pallante rilancia il ruolo dell’Assemblea proponendo di sotterrare le armi – da una parte e dall’altra – e provare a elaborare insieme, in maniera bipartisan, un documento che possa migliorare, o comunque rendere più “digeribile”, il Programma operativo dei commissari. «Va sempre ricercato, a mio parere, l’equilibrio fra le esigenze della politica e quelle dei cittadini. Anzi, è essenziale riavvicinare la politica ai cittadini. Di questo obiettivo, Giorgia Meloni rimane una interprete autentica, la sua qualità migliore è proprio l’empatia con gli elettori. È chiaro che quando sei impegnata nelle istituzioni, questo filo un po’ si allenta. Ma proprio nelle riunioni del G7 e poi nello scontro con Trump ha dimostrato quanto sappia tenere testa ai leader e quindi tutto il valore della postura sua e della Nazione. Al di là delle battute francamente inaccettabili sulle ginocchiere».
Ecco, presidente. Cosa fare con il generale Vannacci, autore delle battute sulle ginocchiere?
«Il centrodestra è a un bivio. Vannacci cresce nei consensi e le attenzioni mediatiche di cui è oggetto lo aiutano. Qualche giorno fa mi è capitato di riascoltare l’intervista in cui diceva che mai avrebbe fondato un partito… Una regola della politica, quella di essere poi smentiti dai fatti, da cui neanche lui è escluso. Ad ogni modo, lui riesce a parlare a una parte che evidentemente era presente nel substrato della nostra coalizione e lui l’ha fatta venire fuori. Troppo presto per capire che percentuale realisticamente prenderà il suo movimento alle elezioni. Ciò non di meno, secondo me, il centrodestra non può prescindere dal trovare una sintesi che comprenda Vannacci. Del resto, è riuscito a trovare sintesi con le anime riformiste, i socialisti andati in Forza Italia, non vedo perché non possa trovarla con la parte che fa riferimento alla destra che il generale rappresenta. Ciò consentirebbe di ritrovare slancio rispetto a chi oggi è titubante nei confronti della nostra coalizione e di recuperare una parte di elettorato che si è allontanato».
Un tema importante, in questo bivio in cui si trova la destra, è la riforma della legge elettorale.
«Io mi auguro che in questi giorni si faccia definitivamente chiarezza sulla legge elettorale. Resta aperta ancora la questione delle preferenze sulla quale Giorgia Meloni insiste ma, ahimè, credo ci sia poca propensione da parte di tutti a ripristinarle. È importante però chiudere la partita sulla legge elettorale e non lo dico tanto per il risultato, statisticamente tutti coloro che la modificano pensando di trarne vantaggio poi invece ne vengono danneggiati… Mi preoccupa però che non trovare una sintesi possa portare in entrambe le coalizioni una fibrillazione continua che non giova agli elettori e alle linee programmatiche. In questo modo si dimenticano i problemi dei cittadini ed è un dato che pagano entrambe le coalizioni, ma di sicuro di più quella di governo».
Si è appena chiuso il giro di boa di metà mandato in Regione. Le polemiche non sono esplose per il rimpasto di giunta però è parsa una fase molto autoreferenziale della politica.
«Il punto è proprio questo. Diamo troppa enfasi a piccole modifiche che sono ininfluenti ai fini del risultato finale. Possiamo pensare che cambiando il presidente del Consiglio, cosa assolutamente possibile, si produca chissà quale svolta? O il presidente può pensare di esserlo a vita? Evidentemente no. Quindi, io dico che dobbiamo abbassare i toni e ritrovare la sintonia con le esigenze dei cittadini, a partire dal problema della sanità».
Qualche tendenza positiva si intravede, ma resta assai complicato conseguire un riordino complessivo che dia lo slancio necessario perché il sistema cambi radicalmente.
«Passi avanti sono stati compiuti. Una migliore organizzazione, primariati oggetto di concorso, alcuni primari sono stati molto capaci di avviare procedure virtuose riducendo la mobilità passiva, penso all’Ortopedia del Cardarelli con il dottore Melucci o al lavoro del dottore Biondelli al San Timoteo. Quando le persone vengono individuate con procedure competitive, il nostro sistema sanitario risponde come o meglio degli altri. È parte della soluzione di un problema certo più ampio ma è una parte importante perché gli utenti chiedono sanità di qualità. È questo che fa la differenza, la qualità. Non certo se la struttura è pubblica o privata, la sanità è tutta pubblica: gestita dal pubblico o da un privato accreditato. Ma questo non è importante. Alle persone non interessa se devono andare in un ospedale pubblico o privato, sono alla ricerca di una prestazione ottimale».
Lei ha partecipato al presidio in difesa di Villa Maria, venerdì, e già da qualche settimana si era pubblicamente espresso a difesa della clinica.
«È un presidio che nel corso dei decenni ha rappresentato e continua a rappresentare un’offerta di qualità e va difesa. Non per creare contrapposizione fra pubblico e privato ma per tutelare la sanità che funziona. Se, ad esempio, il suo senologo attrae pazienti a Villa Maria bisogna consentire di continuare ad attrarre perché altrimenti quei pazienti magari vanno fuori regione».
Però tutto questo si scontra con il commissariamento e con il decreto Balduzzi. È il dm 70 a condizionare la programmazione.
«Lei ha ragione: siamo fortemente condizionati dalle norme che sono norme scritte senza cuore, con attenzione alla sola parte economica, un tunnel di cui non si vede la fine. Non siamo riusciti a correggere la rotta dal punto di vista economico e di conseguenza non ci riconoscono premialità e ci chiudono reparti. È una strada senza uscita. Bisogna quindi cancellare una serie di norme scritte con questa filosofia. Bisogna invertire la rotta, da parte della Regione che gestisce i soldi ma soprattutto da parte dello Stato che legifera. I commissariamenti sono stati fallimentari, non hanno fatto altro che abbassare l’offerta sanitaria».
Su questo siete tutti d’accordo. Però poi in Aula non trovate spesso la quadra.
«Il terreno di scontro sulla sanità, mettendo davanti la propria bottega politica, non fa bene al Molise. È vero che il Programma operativo non è materia del Consiglio regionale perché siamo commissariati, ma non è detto che non se ne possa discutere. Cerchiamo di portarlo all’attenzione dell’Aula e ne facciamo poi un documento politico che non produce effetti ma che convince i cittadini che alcune scelte devono essere fatte sono nel loro interesse. E possiamo farlo anche collaborando con i commissari che in qualche modo sono stati costretti a stare sull’Aventino, se in Consiglio c’è un clima di scontro politico loro non vengono, ma io li capisco. Se da un lato si continua a bocciare tutto a prescindere e dall’altro a difendere tutto, non si va da nessuna parte».
Un documento che possa, per quel che è possibile, anche migliorare il piano?
«Nelle more delle modifiche normative a cui facevo riferimento, cerchiamo di fare ragionamenti più costruttivi. Faccio un esempio: il riordino della medicina territoriale, della continuità assistenziale, è stato scardinato dal Tar qualche giorno fa (l’intervista è stata realizzata qualche ora prima che il Tar bloccasse, ieri, anche il Programma operativo accogliendo la sospensiva chiesta da 34 comuni dell’alto Molise e delle aree interne, ndr). Ma si tratta di un provvedimento che non è risolutivo, mette solo in discussione la proposta. Meglio far ragionare le parti e non affidarci ancora una volta alla giustizia amministrativa».
rita iacobucci

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