Nel pieno del dibattito sul futuro della sanità molisana, e in particolare sulla riorganizzazione della rete ospedaliera che — secondo le notizie circolate nelle scorse settimane —dovrebbe portare alla chiusura del Punto nascita dell’ospedale “Veneziale” di Isernia e alla sua sostituzione con un Centro per la maternità, il confronto resta più che acceso. Una scelta che, se confermata nei prossimi atti ufficiali, avrebbe un peso rilevante: la provincia di Isernia diventerebbe infatti l’unica in Italia priva di un Punto nascita. Un tema che intreccia numeri, standard ministeriali e sostenibilità, ma anche diritto alla prossimità delle cure e percezione della qualità dei servizi.
In questo contesto, un nostro lettore, Danilo Boriati, ha voluto condividere con una lettera giunta in redazione la propria esperienza diretta, trasformandola in una presa di posizione netta a difesa del reparto isernino. Una testimonianza che sposta l’attenzione dal piano tecnico-amministrativo a quello concreto, vissuto, della quotidianità sanitaria.
«Arrivare da Campobasso ad Isernia per far nascere la propria bambina non è stata una scelta casuale. È stata una scelta voluta, consapevole, maturata nella fiducia verso il reparto di Ostetricia e Ginecologia e il Punto nascita dell’ospedale “Veneziale” di Isernia. Una scelta che, alla prova dei fatti, si è rivelata pienamente giustificata – scrive -. In un momento storico in cui si parla della chiusura del Punto nascita isernino, questa esperienza racconta una realtà diversa da quella che talvolta emerge nei dibattiti amministrativi e nelle decisioni assunte dall’alto. Racconta un servizio che funziona. E che funziona molto bene. Un servizio capace di garantire assistenza, sicurezza, professionalità e umanità in uno dei momenti più delicati e significativi nella vita di una famiglia.
Il Punto nascita dell’ospedale di Isernia non appare come una struttura residuale o marginale, ma come un presidio sanitario efficiente, organizzato e profondamente radicato nel territorio. Dal primo momento dell’arrivo in ospedale, l’accoglienza è stata puntuale, ordinata, attenta. Ogni passaggio è stato seguito con competenza: il monitoraggio, l’assistenza durante il travaglio, il parto, le cure successive alla madre e alla neonata.
A fare la differenza non è stata soltanto la qualità dell’organizzazione clinica, ma anche la preparazione, la cortesia e la gentilezza di tutto il personale. Medici, ostetriche, infermieri e operatori sanitari hanno dimostrato non solo professionalità, ma anche una rara capacità di relazione: quella presenza discreta e rassicurante che consente a una madre e alla sua famiglia di sentirsi accompagnate, informate e protette.
In sanità, l’efficienza non coincide solo con protocolli, numeri e parametri – prosegue -. L’efficienza vera si vede quando un servizio riesce a rispondere ai bisogni delle persone in modo tempestivo, competente e umano. Ed è esattamente ciò che accade al Veneziale di Isernia. Chi vi entra per vivere un’esperienza così intensa come la nascita di una figlia trova un reparto preparato, personale disponibile, attenzione costante e un clima di fiducia.
Per questo la decisione di chiuderlo merita di essere riconsiderata. Non si può liquidare come superfluo un servizio che dimostra, nella pratica quotidiana, di essere utile, efficiente e apprezzato. Non si può impoverire ulteriormente un territorio privandolo di un presidio che garantisce prossimità, sicurezza e continuità assistenziale. La sanità territoriale non si difende a parole, ma preservando i servizi che funzionano.
La nascita di una bambina al “Veneziale”, scelta da una famiglia proveniente da Campobasso, diventa così qualcosa di più di un fatto privato. Diventa una testimonianza pubblica. Dimostra che il Punto nascita di Isernia è attrattivo, affidabile, capace di generare fiducia anche oltre i confini provinciali. E quando un servizio pubblico produce fiducia, non dovrebbe essere smantellato ma sostenuto. Il valore di un ospedale non si misura soltanto nella sua dimensione strutturale, ma nella qualità delle risposte che riesce a dare. E il punto nascita del “Veneziale” ha dato una risposta chiara: preparazione, cortesia, gentilezza, efficienza. In una parola, cura. Chiuderlo significherebbe cancellare una realtà che funziona, indebolire un presidio essenziale e costringere tante famiglie a rinunciare a un servizio vicino, competente e umano. Significherebbe non riconoscere il lavoro di chi, ogni giorno, garantisce qualità e sicurezza in condizioni spesso difficili – conclude -. Questa storia, invece, dice il contrario: il Punto nascita di Isernia non va chiuso. Va difeso, valorizzato e messo nelle condizioni di continuare a svolgere il proprio ruolo. Perché quando la sanità pubblica funziona, soprattutto nei territori interni e nelle aree più fragili, non si taglia. Si protegge».
Parole che si inseriscono in una discussione destinata a intensificarsi quando il Piano operativo sanitario tornerà al centro del confronto istituzionale e politico. Sul tavolo restano le esigenze di razionalizzazione, ma anche quelle — sempre più rivendicate dai territori — di garantire servizi essenziali in aree già segnate da spopolamento e difficoltà di accesso.
Il caso del Punto nascita di Isernia, al di là degli aspetti tecnici, si conferma così emblematico di una scelta più ampia: quella tra una sanità disegnata sui numeri e una sanità costruita anche sulle esigenze reali delle comunità.

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