C’è un dato che, più di altri, impone una riflessione non più rinviabile: tra il 2019 e il 2026 la provincia di Isernia ha perso il 12,2% dei residenti tra i 18 e i 35 anni. Non è una stima né una percezione diffusa, ma un numero preciso, elaborato su base Istat e riportato dal Sole 24 Ore. Ed è uno dei peggiori in Italia.
Il fenomeno non nasce oggi, ma ora appare certamente più nitido. La riduzione della popolazione giovanile non è soltanto un fatto demografico: è un indicatore strutturale che misura la capacità di un territorio di trattenere, attrarre e valorizzare energie. Quando questa capacità viene meno, il saldo diventa inevitabilmente negativo.
Isernia, da questo punto di vista, si colloca in una fascia critica del Mezzogiorno, insieme ad altre realtà periferiche che registrano le contrazioni più marcate. Il dato va letto dentro una dinamica nazionale ben definita: mentre il Sud perde giovani, il Nord li acquisisce. Dal 2019 al 2026, sempre secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore su dati Istat, il Mezzogiorno ha registrato un calo del 7,6% nella fascia 18-35 anni, a fronte di una crescita di quasi il 5% nelle regioni settentrionali. Non è dunque solo un esodo: è una redistribuzione.
Dentro questa traiettoria, la posizione di Isernia appare particolarmente fragile per almeno due ragioni. La prima è quantitativa: una provincia già caratterizzata da una base demografica ridotta subisce un impatto più forte a parità di flussi in uscita. La seconda è qualitativa: a partire sono sempre più spesso giovani con livelli di istruzione medio-alti, come evidenziano anche i dati Svimez richiamati nell’analisi del quotidiano economico, secondo cui oggi la quota di laureati tra chi lascia il Mezzogiorno si avvicina al 60%.
Questo elemento introduce una conseguenza meno visibile ma più profonda: la perdita selettiva di capitale umano. Non si svuotano soltanto le tabelle degli Uffici Anagrafe, ma si indeboliscono le competenze disponibili sul territorio. E questo incide direttamente sulle prospettive di sviluppo, sulla capacità di innovazione e sulla stessa attrattività del sistema locale.
Ridurre il fenomeno a una questione salariale sarebbe però parziale. Il differenziale retributivo esiste, ma non esaurisce le motivazioni. La scelta di partire è spesso il risultato di un insieme di fattori: opportunità professionali, qualità dei servizi, accesso alla formazione, reti infrastrutturali, offerta culturale. In assenza di questi elementi, la permanenza tende a trasformarsi in una scelta difensiva, mentre la mobilità diventa una necessità.
Nel caso di Isernia, il dato del -12,2% va quindi interpretato come un segnale complesso. Indica una perdita già avvenuta, ma soprattutto una difficoltà sistemica nel costruire condizioni competitive rispetto ad altri territori.
Chi vive il territorio lo sa: non è un fenomeno episodico né contingente, ma una tendenza che si sta consolidando nel tempo.
Il punto, allora, non è soltanto quantificare quante persone lasciano, ma interrogarsi su quante potrebbero restare. Perché è su questo margine, oggi sempre più ristretto, che si gioca la possibilità di invertire una traiettoria che, altrimenti, appare già tracciata.

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