Le audizioni vanno avanti senza sosta. Cambiano i giorni, ma non il perimetro delle attenzioni investigative. Anche ieri gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, coordinati dalla Procura di Larino, hanno continuato ad ascoltare persone vicine alla famiglia Di Vita-Di Ielsi nel tentativo di ricostruire, tassello dopo tassello, le ore precedenti alla morte di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara, decedute a fine dicembre dopo essere state avvelenate con la ricina.
Negli uffici della Questura di via Tiberio è tornato anche Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella e zio di Sara, ascoltato ancora una volta come persona informata sui fatti. Una convocazione che si aggiunge alla lunga serie di interrogatori condotti negli ultimi mesi e che, ancora una volta, sembrano concentrarsi nella cerchia più ristretta dei rapporti familiari. Nei prossimi giorni dovrebbe essere nuovamente sentita anche Laura, cugina di Gianni Di Vita, già ascoltata più volte dagli investigatori.
Ma c’è una novità che amplia, almeno in parte, il perimetro delle attenzioni investigative. Nel primo pomeriggio di ieri negli uffici della Questura è arrivata anche un’insegnante di Pietracatella, docente dell’Istituto Agrario di Riccia, accompagnata dal marito. La donna è stata ascoltata dagli uomini della Squadra Mobile come persona informata sui fatti.
A documentarne l’arrivo è stata la trasmissione televisiva La Vita in Diretta, che ha mostrato le immagini dell’ingresso in Questura definendo la docente «legata da un rapporto molto stretto a Gianni Di Vita». Un’amicizia, dunque, ritenuta evidentemente meritevole di ulteriori approfondimenti investigativi.
Per la donna si sarebbe trattato della terza convocazione dall’avvio dell’inchiesta, circostanza che lascia intuire come la sua testimonianza venga considerata rilevante dagli investigatori. Pur non facendo parte del nucleo familiare ristretto, la docente rientra tra le persone che gli uomini della Mobile stanno ascoltando più volte nel tentativo di ricostruire con precisione relazioni, dinamiche e movimenti attorno alle vittime nei giorni precedenti alla tragedia.
Martedì era toccato invece proprio a Gianni Di Vita e alla figlia Alice, convocati ancora una volta dalla Mobile. Padre e figlia sono arrivati in Questura nel pomeriggio, entrando da un accesso secondario per evitare giornalisti e telecamere. Prima è stata ascoltata Alice (dalle 15.30 alle 18), poi il padre, rimasto negli uffici di via Tiberio fino alle 21. Per entrambi si è trattato dell’ennesima audizione dall’avvio dell’inchiesta. Nessun fatto nuovo contestato, ma ulteriori chiarimenti su circostanze già affrontate nei precedenti colloqui investigativi. Gianni Di Vita avrebbe inoltre ribadito la propria disponibilità a consegnare agli investigatori anche il suo telefono cellulare, unico dispositivo della famiglia ancora non acquisito.
I tempi dell’inchiesta sembrano intanto allungarsi. L’anatomopatologa incaricata dalla Procura ha ottenuto una nuova proroga per il deposito delle risultanze autoptiche, che non arriveranno prima della fine di giugno. Un rinvio che, però, non equivale a un rallentamento delle indagini. Al contrario. La Procura guidata da Elvira Antonelli ha recentemente deciso di ampliare il pool di consulenti, affidando un nuovo incarico al tossicologo Carlo Locatelli – il professionista che ha individuato la presenza di ricina nei campioni biologici delle vittime – e al chimico forense Daniele Merli (entrambi accetteranno l’incarico oggi alle 14.30 negli uffici di via Tiberio). Un rafforzamento tecnico che conferma come l’attenzione investigativa resti altissima.
Parallelamente proseguono gli accertamenti sui dispositivi sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento. Cellulari, tablet, computer e router wifi sono passati al vaglio degli specialisti incaricati delle copie forensi, mentre gli investigatori continuano a incrociare dichiarazioni, orari, contatti e movimenti emersi nel corso delle settimane.
Nessuno conosce la strategia seguita dagli investigatori né da quale elemento siano partiti per arrivare alla verità. Eppure, al netto della complessità tecnica dell’inchiesta, il fatto in sé appare quasi lineare: accertato che madre e figlia siano state avvelenate con la ricina e considerato il limitato intervallo di tempo in cui la tossina agisce, il nodo resta capire chi abbia avuto accesso alle vittime, agli alimenti o alle bevande consumati in quelle ore.
Una metafora, forse banale ma efficace, può aiutare a comprendere la logica investigativa. Se cinque persone siedono attorno a un tavolo e da quella stanza sparisce un orologio appoggiato su una credenza, difficilmente il responsabile potrà essere qualcuno che non era presente in casa quando è avvenuto il furto. È un ragionamento semplice, che inevitabilmente restringe il campo. Ma restringere non significa accusare.
Ed è lampante la cautela della Procura. Elvira Antonelli, nei giorni scorsi, è stata chiara: «Io sono una donna estremamente cauta. Fino a quando non avrò la certezza e non vedrò con i miei occhi a ritroso, non crederò». E ancora: «Abbiamo bisogno di tante certezze che in questo momento non abbiamo». Parole che raccontano un approccio prudente, quasi chirurgico, in un’indagine che continua a muoversi tra indizi, possibili contraddizioni e verifiche incrociate.
Più di 100 le persone ascoltate fino a oggi. Ma un dato appare evidente: gli stessi nomi tornano più volte negli uffici della Mobile. Segno che gli investigatori continuano a scavare, confrontando dichiarazioni e tentando di eliminare ogni margine di dubbio. La procuratrice, del resto, sembra voler arrivare alla cosiddetta “pistola fumante”. Nessuna accelerazione, nessuna conclusione affrettata.
La perseveranza e la meticolosità con cui Squadra Mobile e la Antonelli stanno lavorando rappresentano, oggi, la principale garanzia per tutte le parti coinvolte in quello che resta uno dei casi giudiziari più inquietanti degli ultimi anni in Molise e nel Paese.
lu.co.

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