Un incidente stradale apparentemente serio ma non tale da lasciar presagire un epilogo tragico. Quattro giorni di ricovero, i dolori, le vertigini, una nuova Tac e il decesso improvviso. Adesso la Procura di Campobasso vuole capire se la morte di Giovannina D’Amico, 82 anni, di Jelsi, sia stata una conseguenza inevitabile del trauma subito nello scontro sulla Fondovalle oppure se qualcosa, nell’assistenza sanitaria ricevuta, non abbia funzionato.
Per fare piena luce sulla vicenda, il sostituto procuratore della Repubblica di Campobasso, Ilaria Toncini, ha disposto l’autopsia sul corpo dell’anziana, affidata all’anatomopatologo Giovanni Pollice dell’Istituto di Medicina legale dell’Università di Foggia. Un accertamento irripetibile e la conseguente iscrizione nel registro degli indagati del giovane conducente dell’auto coinvolta nel frontale e di sette operatori sanitari dell’ospedale Cardarelli.
L’incidente risale alla mattina del 19 maggio scorso. Erano circa le 9.30 quando, lungo la Fondovalle tra Toro e Campodipietra, due auto si sono scontrate frontalmente. Alla guida di una delle vetture un 24enne di Campobasso; sull’altra viaggiavano diverse persone, tra cui Giovannina D’Amico.
L’82enne arriva al Pronto soccorso del Cardarelli alle 10.20 in ambulanza. Le sue condizioni, secondo quanto emerge dagli atti, non apparivano inizialmente drammatiche: lucida, collaborativa, viene sottoposta agli accertamenti di routine per esiti da incidente stradale. Gli esami evidenziano diverse fratture costali e un trauma policontusivo.
La donna resta in osservazione al Pronto soccorso per quasi 22 ore, dal momento del ricovero fino a poco dopo le 8 del mattino successivo. A prenderla in carico sono tre medici diversi: il primo resta in servizio per 12 ore consecutive, dalle 8 alle 20, in un turno prolungato legato – secondo quanto si apprende – alla cronica carenza di personale; seguono il medico del turno notturno e quello subentrato alle 8 del 20 maggio. Sarà proprio quest’ultimo, circa mezz’ora dopo il suo arrivo in reparto, a disporre il ricovero della paziente nell’Unità operativa di Chirurgia.
Qui la donna viene nuovamente sottoposta ad accertamenti clinici e strumentali, tra cui una Tac che, secondo quanto trapela da fonti ospedaliere, non avrebbe evidenziato patologie cerebrali in atto.
L’anziana rimane ricoverata fino al 24 maggio. In quei giorni, raccontano persone vicine alla famiglia, avrebbe lamentato vertigini e cefalea. Dall’ospedale riferiscono che la paziente sarebbe stata valutata anche da specialisti, tra cui cardiologo e neurologo, nel tentativo di monitorare un quadro clinico reso complesso anche da patologie pregresse.
La mattina del 24 maggio, mentre veniva sottoposta a un nuovo esame Tac, il quadro precipita. Giovannina D’Amico muore. La causa del decesso, secondo quanto emerso, sarebbe una grave emorragia cerebrale.
I carabinieri della stazione di Ripalimosani, già impegnati nella ricostruzione del sinistro stradale, hanno sequestrato la cartella clinica dell’anziana e tutta la documentazione sanitaria. L’obiettivo è verificare se durante i quattro giorni di ricovero siano stati eseguiti tutti gli approfondimenti necessari e, soprattutto, comprendere quando l’emorragia cerebrale si sia sviluppata.
Per il 24enne coinvolto nello schianto l’ipotesi di reato è quella di omicidio stradale. Per i sanitari iscritti nel registro degli indagati – tre medici del Pronto soccorso, due del reparto di Chirurgia, un medico della Radiodiagnostica e un tecnico radiologo – le contestazioni sono omicidio colposo in concorso e responsabilità medica.
Una scelta tecnica, quella dell’iscrizione, necessaria per consentire a tutte le parti di partecipare agli accertamenti irripetibili con propri consulenti. Il giovane automobilista è assistito dall’avvocato Alessio Verde, mentre i sanitari sono difesi, al momento, dall’avvocato Paolo Tamburro, che ha nominato quale consulente tecnico il direttore della Rianimazione del Cardarelli, Vincenzo Cuzzone.
Il caso, inevitabilmente, richiama alla memoria altri presunti episodi di malasanità. Ma gli inquirenti, almeno per ora, mantengono prudenza. Non è escluso, infatti, che l’emorragia cerebrale possa essersi sviluppata successivamente all’incidente e non fosse inizialmente rilevabile dagli esami eseguiti al momento del ricovero.
Resta però un interrogativo centrale: se l’emorragia fosse stata già in corso, o se vi fossero stati segnali clinici che avrebbero imposto ulteriori approfondimenti, come è stato possibile non diagnosticarla in quattro giorni di ricovero ospedaliero? Una domanda che, tuttavia, dovrà essere necessariamente letta dentro il quadro clinico complessivo della paziente e della reale evoluzione delle sue condizioni nelle ore precedenti al decesso.
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