Sono giorni decisivi per l’inchiesta sul giallo di Pietracatella. L’attenzione degli investigatori e delle parti coinvolte è concentrata su due fronti fondamentali: da un lato l’analisi delle copie forensi estrapolate dai dispositivi elettronici delle vittime e della figlia maggiore della famiglia Di Vita, Alice; dall’altro, soprattutto, l’attesa per il deposito della relazione autoptica affidata alla medico legale Benedetta Pia De Luca.
La specialista, incaricata dalla Procura, è stata affiancata dal gastroenterologo Laterza durante gli accertamenti irripetibili eseguiti il 31 dicembre sui corpi di Antonella e Sara, prima all’ospedale Cardarelli di Campobasso e successivamente al Policlinico di Bari. A supporto del lavoro peritale sono intervenuti anche il professor Carlo Locatelli del Centro Antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia, che per primo avrebbe rilevato elevate concentrazioni di veleno nei campioni analizzati, e il chimico forense professor Daniele Merli.
«Abbiamo identificato una sostanza – la ricina – che, secondo le nostre analisi, è stata la causa dell’intossicazione e del decesso di queste persone – le parole ad Adnkronos Salute di Carlo Locatelli -. La sostanza individuata non era infatti tra le prime ipotesi prese in considerazione perché si tratta di un agente raro e difficile da identificare. Una volta emerso il sospetto, abbiamo effettuato per oltre un mese ulteriori controlli, ripetendo gli esami più volte per escludere ogni possibile errore. È l’unica sostanza che abbiamo trovato e che risulta compatibile con il quadro clinico osservato e il successivo decesso».
«Probabilmente – sottolinea Locatelli – siamo di fronte ai primi due casi al mondo in cui questa sostanza è stata identificata con un livello di accuratezza così elevato in persone decedute. Resta comunque alla magistratura il compito di accertare in via definitiva cause e responsabilità».
«Il nostro lavoro consiste nell’identificare una sostanza nel sangue e stabilire se possa aver causato il decesso. Non possiamo sapere come sia stata assunta, in quale quantità o attraverso quale alimento o altro – prosegue l’esperto circa le ipotesi sulle modalità dell’intossicazione letale -. Negli anni scorsi abbiamo già studiato 8-10 casi di intossicazione legati ai semi di ricino e abbiamo pubblicato i risultati delle nostre ricerche. Il nostro obiettivo è sviluppare strumenti sempre più affidabili per riconoscere queste sostanze e fornire risposte certe agli investigatori», chiosa Locatelli.
A fare il punto sullo stato delle indagini è invece Vittorino Facciolla, legale delle parti offese Gianni e Alice Di Vita che, ai microfoni di Teleregione, spiega: «Attendiamo il deposito della relazione autoptica e, una volta esaminato l’elaborato, potremo confrontarci con i nostri consulenti per avere un quadro più chiaro di quanto accaduto ad Antonella e Sara», ha dichiarato l’avvocato.
Uno degli aspetti più delicati dell’indagine riguarda l’origine della ricina, la sostanza tossica che sarebbe stata individuata nei campioni analizzati. Sul punto, Facciolla invita alla prudenza e mette in guardia dalle numerose indiscrezioni che continuano a circolare: «Al momento si tratta soltanto di ipotesi, in alcuni casi di semplici suggestioni. Non sappiamo da dove provenga la ricina, se sia stata sintetizzata, acquistata oppure reperita attraverso altri canali. Non abbiamo alcuna certezza né conferme rispetto alle voci che stanno circolando. Gli inquirenti stanno ascoltando molte persone e confidiamo che dall’incrocio dei dati raccolti possa emergere una ricostruzione più precisa dei fatti», spiega il legale.
L’avvocato sottolinea inoltre come, nonostante l’attenzione investigativa si stia concentrando sulla presenza della sostanza tossica, sia necessario attendere gli esiti ufficiali degli accertamenti prima di trarre conclusioni definitive. «Non abbiamo ancora certezze assolute nemmeno sull’utilizzo della ricina, sebbene questo sembri un dato ormai difficilmente contestabile», aggiunge.
Parallelamente prosegue anche il filone dell’inchiesta per omicidio colposo, nell’ambito della quale risultano iscritti nel registro degli indagati cinque medici: tre professionisti dell’ospedale Cardarelli e due guardie mediche. Un’indagine che ha suscitato dibattito e che alcuni osservatori, in particolare alcuni dei legali dei medici coinvolti, hanno interpretato come una forma di “accanimento” nei confronti del personale sanitario.
Una lettura che Facciolla respinge con decisione. «Non credo vi sia alcun accanimento. Chi indaga lo fa senza pregiudizi valutativi. Se i medici non hanno responsabilità, come sembra emergere, non hanno nulla da temere. Se invece dovessero emergere negligenze o leggerezze che abbiano contribuito al decesso di una o entrambe le vittime, sarà compito della magistratura valutarle con attenzione».
Secondo il legale, è prematuro parlare di archiviazioni o conclusioni investigative. «Non comprendo questa fretta nel chiedere la chiusura di alcune posizioni quando siamo ancora in una fase in cui occorre capire esattamente cosa sia accaduto. Gli esami svolti ci aiuteranno a chiarire quali fossero le condizioni cliniche delle due donne e se le decisioni assunte durante i ricoveri siano state appropriate».
Nel frattempo, la famiglia Di Vita continua a vivere settimane particolarmente difficili. «I miei assistiti sono persone profondamente provate e sottoposte a un forte stress emotivo. Tuttavia stanno cercando di mantenere la lucidità necessaria per collaborare con gli inquirenti», conclude Facciolla.
L’inchiesta resta dunque aperta e complessa. Gli investigatori vanno avanti con le audizioni in questura per fare luce su una vicenda che presenta ancora numerosi interrogativi: dall’origine della sostanza tossica alle modalità con cui sarebbe stata somministrata, fino all’eventuale ruolo di fattori sanitari nel tragico epilogo. La relazione autoptica attesa entro fine mese potrebbe rappresentare un passaggio decisivo per orientare le indagini e avvicinare la verità su una delle vicende più inquietanti degli ultimi mesi in Molise. ppm

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