La sensazione, ormai, è che la fase delle ipotesi stia progressivamente lasciando spazio a quella delle certezze. Non significa che il giallo di Pietracatella sia risolto, ma che gli investigatori ritengono di essere molto più vicini a chiudere il cerchio rispetto a quanto non lo fossero anche solo poche settimane fa.
A confermarlo sono fonti qualificate, secondo le quali negli ultimi giorni sarebbero stati compiuti «significativi passi avanti» nell’inchiesta coordinata dalla Procura di Larino sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Progressi importanti che, pur non avendo ancora portato all’iscrizione di alcun nome nel registro degli indagati, avvicinerebbero sensibilmente la svolta investigativa. Il fascicolo, infatti, resta formalmente aperto contro ignoti.
Le stesse fonti invitano però alla prudenza. Per arrivare alle determinazioni processuali servirà ancora tempo. Il lavoro della Procura guidata da Elvira Antonelli sembra infatti concentrato non più sulla ricerca di nuove piste, quanto sul consolidamento del quadro accusatorio attraverso riscontri oggettivi e prove scientifiche.
In questo contesto si inserisce anche il nuovo colloquio tra gli investigatori e il parroco di Pietracatella, don Stefano Fracassi. Martedì scorso il sacerdote è stato ascoltato nuovamente, questa volta non negli uffici della Questura di Campobasso ma direttamente in Procura, a Larino. Sul contenuto dell’audizione continua a esserci il massimo riserbo, ma il nuovo incontro conferma come gli investigatori stiano tornando su alcuni passaggi ritenuti ancora meritevoli di approfondimento.
Del resto è noto che Antonella e Sara partecipavano attivamente alla vita della comunità ecclesiastica del paese ed erano impegnate in prima persona nel coro parrocchiale. Non è escluso che Antonella abbia potuto confidare qualcosa al sacerdote, anche un banale sfogo, che “letto” dopo gli omicidi può assumere un valore determinante.
Parallelamente prosegue anche il lavoro sul fronte scientifico. I riflettori sono puntati sul Robert Koch Institut di Berlino, dove sono in corso gli accertamenti disposti dalla Procura sui reperti biologici e sui circa 70 alimenti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento nelle ore successive ai decessi. Gli specialisti tedeschi stanno eseguendo analisi che solo pochissimi laboratori al mondo sono in grado di effettuare e che dovranno contribuire a ricostruire il percorso della ricina fino alle due vittime.
Proprio sul ruolo del centro tedesco è intervenuto ieri mattina, durante la trasmissione Morning News, il professor Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni dell’Irccs Maugeri di Pavia e consulente della Procura.
Locatelli ha raccontato come sia nata la collaborazione internazionale. È stata l’ambasciata tedesca in Italia a contattare il Maugeri per segnalare l’interesse degli esperti del Robert Koch Institut nei confronti del caso di Pietracatella e la loro disponibilità a mettere a disposizione competenze e tecnologie altamente specialistiche. Da quei primi contatti è poi scaturito il coinvolgimento diretto della Procura di Larino, che ha affidato agli specialisti di Berlino una serie di accertamenti ritenuti fondamentali.
Nel corso dell’intervista il tossicologo ha ribadito un punto già emerso nei mesi scorsi: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte dopo aver ingerito la ricina, escludendo ancora una volta qualsiasi ipotesi di contaminazione attraverso la cute o per inalazione.
Ma c’è un altro passaggio dell’intervento di Locatelli destinato ad assumere particolare rilievo investigativo. Il direttore del Maugeri ha infatti ricordato che la presenza della ricina è stata scoperta solo perché la Procura decise di rivolgersi al suo istituto, unico centro italiano in grado di dosare quella tossina, e grazie a un’attività analitica particolarmente lunga e complessa.
Una circostanza che restituisce la misura di quanto il duplice omicidio avrebbe potuto restare irrisolto. Se i campioni biologici fossero stati inviati in un qualsiasi altro laboratorio, pur di eccellenza, con ogni probabilità la ricina non sarebbe mai stata individuata. Chi ha pianificato il delitto poteva ragionevolmente confidare proprio in questo: che la sostanza passasse inosservata e che le morti venissero attribuite a cause naturali o a una generica intossicazione alimentare.
È anche per questo che gli investigatori continuano a procedere con estrema cautela. Il lavoro della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano e della Procura di Larino sembra ormai orientato a trasformare il consistente patrimonio di indizi raccolto in oltre sei mesi di indagini in un impianto probatorio inattaccabile. Prima le testimonianze, poi i riscontri informatici, quindi gli accertamenti tossicologici e biologici: ogni tassello deve trovare conferma nell’altro.
La sensazione, oggi più che mai, è che l’inchiesta non stia cercando il colpevole, ma le prove definitive per dimostrarne la responsabilità. Ed è proprio questo il passaggio che, secondo chi segue da vicino le indagini, rende la svolta ormai sempre più vicina.
Lu_Co





























