Una settimana intensa. Di audizioni, verifiche, nuovi incarichi tecnici e attività investigative pianificate nel massimo riserbo. Il complicatissimo giallo di Pietracatella entra in una nuova fase, mentre la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso continuano a scavare senza sosta nella morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo essere state avvelenate con la ricina.
Quella che si chiude oggi è stata un’altra settimana faticosa per gli uomini della Mobile guidati dal dirigente Marco Graziano. Negli uffici della Questura di via Tiberio sono tornati, ancora una volta, Gianni Di Vita e la figlia Alice, sentiti rispettivamente per la quarta e la terza volta come persone informate sui fatti. Una nuova convocazione che si aggiunge alle numerose audizioni già svolte negli ultimi mesi e che conferma come gli investigatori continuino a verificare, confrontare e approfondire circostanze già emerse nei precedenti colloqui.
Nuovamente ascoltato anche Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella e zio di Sara. Nemmeno per lui si è trattato della prima convocazione.
A seguire è tornata in Questura anche una docente di Matematica originaria di Pietracatella ma in servizio all’Istituto Agrario di Riccia, dove lavora anche il marito nei laboratori didattici. La donna, legata da un rapporto di amicizia a Gianni Di Vita, sarebbe stata sentita per la terza volta dagli investigatori. Un elemento che conferma come il lavoro della Mobile continui a concentrarsi sulle relazioni, sulle frequentazioni e sui movimenti delle persone vicine al nucleo familiare.
Nel frattempo, sempre negli uffici della Questura, è stato formalizzato anche l’ampliamento del pool dei consulenti tecnici della Procura. Ai professionisti già incaricati si sono aggiunti il professor Carlo Alessandro Locatelli, direttore del Centro antiveleni Maugeri di Pavia – lo specialista che ha consentito di individuare la presenza della ricina nei campioni biologici analizzati – e il chimico forense Daniele Merli, docente dell’Università di Pavia. I due esperti affiancheranno l’anatomopatologa Benedetta Pia De Luca e il gastroenterologo Francesco Giovanni Battista Laterza nella relazione finale sulle autopsie.
L’inchiesta, è utile ricordarlo, continua a muoversi su due distinti binari. Da un lato il fascicolo per omicidio colposo che vede iscritti cinque sanitari – tre medici del Cardarelli e due guardie mediche – dall’altro quello per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del veleno, aperto contro ignoti.
Ed è proprio sul primo fronte che potrebbero arrivare chiarimenti importanti.
Su richiesta dei legali che assistono i cinque medici indagati, infatti, il collegio peritale dovrà rispondere anche a due ulteriori quesiti: stabilire se, al momento dell’arrivo di Sara e Antonella al Pronto soccorso, fosse concretamente possibile diagnosticare un avvelenamento da ricina e se esistesse un antidoto o una terapia in grado di evitare il decesso.
Domande centrali per comprendere l’eventuale responsabilità sanitaria nella gestione clinica delle due donne.
Almeno da quanto emerso in questi mesi, però, la ricina resta un veleno estremamente difficile da individuare e, soprattutto, privo di un antidoto specifico. Il Centro antiveleni del Maugeri, prima di individuare la sostanza nel sangue delle vittime, ha eseguito oltre mille test nel corso di mesi di lavoro.
Considerato inoltre il limitato intervallo temporale entro cui la tossina produce effetti devastanti sull’organismo, resta da chiarire se, al netto della condotta dei sanitari, per madre e figlia esistessero realmente possibilità di salvezza. Un nodo sul quale dovranno pronunciarsi gli esperti e che, eventualmente, sarà oggetto di valutazione giudiziaria.
Questo, però, non chiude il tema delle eventuali responsabilità mediche.
Come ribadito anche nelle ultime ore dall’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, il fatto che l’avvelenamento da ricina non sia facilmente diagnosticabile con gli esami di routine e che non esista un antidoto non significa automaticamente che le due donne abbiano ricevuto tutte le cure necessarie o che non vi siano profili da approfondire nella gestione sanitaria del caso.
Se quella appena conclusa è stata una settimana intensa, quella che inizia domani potrebbe esserlo ancora di più.
Non arrivano conferme ufficiali dagli investigatori, ma da giorni si attende un nuovo sopralluogo della Polizia Scientifica di Campobasso e Napoli nell’abitazione di via Risorgimento a Pietracatella, già sottoposta a sequestro. Questa volta gli specialisti dovrebbero concentrarsi sulla ricerca di eventuali tracce residue di ricina o di altri elementi potenzialmente utili alla ricostruzione del duplice omicidio.
Tra gli aspetti che nelle ultime ore avrebbero attirato l’attenzione degli investigatori ci sarebbe anche una possibile rimanenza della torta preparata dalla prozia 92enne di Gianni Di Vita, zia “Isuccia”, già ascoltata in Questura nei giorni scorsi. Nessun sospetto nei confronti dell’anziana donna. Ma il dolce, consumato nei giorni precedenti alla tragedia, sarebbe finito tra gli alimenti attenzionati dagli inquirenti. L’ipotesi investigativa è che la sostanza tossica possa essere stata introdotta solo in alcune porzioni.
Qualora nel frigorifero dell’abitazione dovesse essere ancora presente una parte del dolce, la stessa potrebbe essere acquisita e sottoposta ad analisi di laboratorio.
In settimana, inoltre, dovrebbero diventare pienamente disponibili anche tutti i dati estratti dai dispositivi elettronici sequestrati nell’abitazione di Pietracatella, compresi i telefoni cellulari utilizzati fino a pochi giorni prima della morte da Antonella e Sara.
E resta attesa anche una nuova convocazione per Laura Di Vita, cugina di Gianni, che dovrebbe essere sentita ancora una volta dagli investigatori. Sarebbe la quarta, forse la quinta audizione dall’inizio dell’inchiesta. Laura è la familiare che aveva ospitato Gianni e Alice subito dopo il sequestro della casa di via Risorgimento, prima che padre e figlia trovassero una diversa sistemazione.
Le indagini, insomma, continuano. Nel massimo riserbo. Con un dato che appare ormai evidente: la Procura e la Squadra Mobile non sembrano intenzionate a lasciare nulla al caso.
lu.co.

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