Claudio Lotito non è mai stato un campione di diplomazia. Il presidente della Lazio, senatore di Forza Italia eletto in Molise nel 2022, ha una naturale predisposizione per le dichiarazioni destinate a far discutere. E quella riportata ieri da la Repubblica non fa eccezione: «Catapultato in Molise, quindi non sapevo neanche che esistesse il Molise, vi dico la verità».
Una frase che, pronunciata da chi rappresenta la regione a Palazzo Madama, non poteva certo passare inosservata. Tanto più perché arriva da un parlamentare che proprio ai molisani ha chiesto e ottenuto fiducia.
Le parole risalgono al 30 giugno scorso, quando Lotito è stato ascoltato dal pubblico ministero Lorenzo Del Giudice nell’ambito dell’inchiesta romana per aggiotaggio sulle presunte manovre legate alla vendita della Lazio. Il senatore, sentito come parte lesa, ha ripercorso anche le circostanze del proprio ingresso in politica, ricordando la richiesta di Silvio Berlusconi di candidarsi e il successivo approdo in Molise.
Nel racconto, evidentemente, ha prevalso la consueta spontaneità del personaggio. Una spontaneità che stavolta rischia di suonare come uno sgarbo nei confronti di una regione che lo ha eletto e che avrebbe probabilmente meritato maggiore attenzione nella scelta delle parole.
A cogliere immediatamente l’occasione è stato Roberto Gravina, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, che ha contestato al parlamentare azzurro il rapporto con il territorio e soprattutto le promesse formulate durante la campagna elettorale.
«Il senatore che si è fatto eleggere dai molisani ammette di non sapere nemmeno che il Molise esistesse», ha osservato Gravina, ricordando gli incontri nei paesi, le strette di mano e il famoso Decreto Molise, annunciato come strumento per affrontare il debito sanitario regionale e mai concretizzatosi nei termini prospettati.
La critica ha un fondamento politico evidente. Chi viene eletto in un territorio deve conoscerne problemi, aspettative e necessità. E soprattutto deve rispondere degli impegni assunti con gli elettori. Da questo punto di vista, Lotito non può sottrarsi a una valutazione dei risultati ottenuti durante il proprio mandato.
Ma il ragionamento non può fermarsi qui. Perché, se il metro di giudizio è la capacità di incidere concretamente sulle sorti del Molise, anche il Movimento 5 Stelle dovrebbe fare i conti con la propria storia.
Ci fu una stagione nella quale i molisani accordarono ai pentastellati una fiducia straordinaria, eleggendo contemporaneamente due deputati e due senatori. Una rappresentanza parlamentare di dimensioni che non si vedevano dai tempi della Democrazia Cristiana. Il Movimento disponeva inoltre di un peso politico nazionale considerevole, arrivando a esprimere anche il ministro della Salute.
E proprio durante quella stagione il Molise vide arrivare due commissari esterni alla sanità, mentre i problemi del sistema sanitario regionale continuarono a pesare sui cittadini. Non risulta che quella straordinaria concentrazione di rappresentanza e influenza politica abbia prodotto la svolta tanto attesa.
È dunque legittimo chiedere conto a Lotito delle promesse non mantenute. Ma sarebbe altrettanto legittimo interrogarsi sui risultati conseguiti da chi, prima di lui, disponeva di una forza parlamentare ben più consistente e di interlocutori diretti ai vertici del Governo.
La storia della rappresentanza molisana a Palazzo Madama, del resto, non comincia con il presidente della Lazio. E nemmeno quella dei parlamentari la cui presenza si è rivelata assai meno incisiva – se non addirittura dormiente – delle aspettative suscitate in campagna elettorale.
Questo non assolve Lotito dalle proprie responsabilità. Né cancella il significato di una dichiarazione certamente infelice. Ma impedisce di trasformare una polemica, per quanto comprensibile, in un processo politico a senso unico.
C’è poi un elemento che merita di essere ricordato: Lotito non si è eletto da solo. È stato candidato da un partito e scelto dagli elettori molisani. Si può discutere del sistema delle candidature decise a Roma, della scarsa conoscenza del territorio e della distanza tra rappresentanti e rappresentati. Ma il voto resta espressione della sovranità popolare, anche quando le scelte possono apparire discutibili.
In fondo, la questione è molto più semplice della battuta che ha acceso la polemica. Non conta soltanto quanto Lotito conoscesse il Molise prima di candidarsi. Conta soprattutto quanto abbia imparato a conoscerlo dopo l’elezione e che cosa abbia fatto per affrontarne i problemi.
Una domanda che vale per lui, per Gravina e per tutti coloro che, negli anni, hanno chiesto ai molisani di affidare loro il proprio futuro.
l.c.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*