Un manifesto funebre davanti ai cancelli, il lavoro che rischia di finire a marzo e cinquanta famiglie che chiedono ancora una possibilità di futuro. La protesta dei dipendenti della Kuehne+Nagel è tornata ieri mattina in via Alessandro Volta, nel nucleo industriale di Termoli, dove il presidio promosso nell’ambito dello sciopero a oltranza ha dato voce alla rabbia e alla preoccupazione di chi vede avvicinarsi la chiusura annunciata dello stabilimento senza un’alternativa occupazionale definita. Al centro della mobilitazione una richiesta precisa: mantenere il lavoro sul territorio. Per provare a raggiungere questo obiettivo, i sindacati intendono chiedere il coinvolgimento delle segreterie nazionali e un incontro al Ministero, portando la vertenza oltre il confronto locale. La cessazione delle attività, che secondo quanto riferito dalle rappresentanze sindacali l’azienda ha confermato per marzo 2027, rappresenta il punto più difficile di una crisi denunciata da tempo. Francesco Guida ha ricordato gli allarmi lanciati da oltre un anno, sostenendo che le preoccupazioni espresse dai dipendenti non abbiano trovato un ascolto adeguato né sul versante aziendale né su quello politico. La sua denuncia riguarda soprattutto l’assenza di interventi capaci di cambiare la prospettiva del sito, mentre il calendario della chiusura continua ad avanzare. Una situazione giudicata gravissima anche per il profilo dei lavoratori coinvolti: circa cinquanta persone, con un’età media che Guida indica intorno ai trent’anni, molte delle quali hanno una famiglia, un mutuo e impegni economici assunti contando sulla continuità dell’impiego. Giovani che hanno scelto di rimanere in Molise e che ora rischiano di perdere il reddito in un territorio dove trovare un’altra occupazione è particolarmente difficile. È questo, secondo il sindacalista, l’elemento che rende la vertenza ancora più pesante: la crisi dell’indotto automobilistico ha una dimensione nazionale, ma
le possibilità di assorbire i lavoratori espulsi cambiano profondamente da una regione all’altra. In un contesto produttivo più ampio possono esistere occasioni di ricollocazione; nel Basso Molise, invece, la perdita di un posto rischia di trasformarsi in un’esclusione prolungata dal mercato del lavoro. Da qui la decisione di proseguire la protesta e chiedere un salto di livello nella trattativa, attraverso l’intervento nazionale e ministeriale. La delusione dei dipendenti è emersa anche nelle parole di Antonio Marinelli, che ha ricordato come quello di ieri sia soltanto l’ultimo di una serie di presidi organizzati negli anni per difendere lo stabilimento. L’annuncio della chiusura è stato vissuto come una doccia fredda dopo una lunga attesa di risposte. «Vogliamo lavorare», ha ribadito, sintetizzando il senso della mobilitazione. Secondo Marinelli, l’azienda non ha presentato soluzioni in grado di garantire un futuro occupazionale, mentre le proposte economiche avanzate sono considerate inaccettabili dai lavoratori. Il nodo resta quindi la mancanza di un percorso condiviso che consenta di proseguire le attività. Nella ricostruzione esposta al presidio, la società riconduce la situazione al rapporto con Stellantis; una difficoltà che, osservano i dipendenti, era però conosciuta da tempo e avrebbe dovuto spingere una multinazionale a cercare altre possibilità. Marinelli ha chiamato in causa anche la Regione, chiedendo quale seguito abbiano avuto i confronti nei quali era stata prospettata la ricerca di commesse esterne al perimetro della casa automobilistica. Di quelle opportunità, ha sostenuto, non si vedono risultati concreti e soprattutto mancano impegni scritti sui quali costruire una prospettiva diversa dalla chiusura. Davanti ai cancelli Domenico Bello, Rsu Uilm, ha descritto una condizione ormai insostenibile, ringraziando i colleghi che partecipano allo sciopero e rinunciano a una parte del salario per difendere il proprio lavoro. La richiesta di risposte è rivolta all’azienda, a Stellantis e al Ministero. Bello ha richiamato anche gli effetti già prodotti dall’incertezza sulle famiglie: retribuzioni sempre più leggere, minore capacità di acquisto e difficoltà nel sostenere le spese. Il problema riguarda persone che hanno investito sul territorio, scelto di restare e programmato la propria vita intorno a quell’occupazione. La vertenza, dunque, pesa già nel presente, prima ancora della cessazione annunciata delle attività. Marco Laviano ha insistito sul tempo trascorso senza riuscire a costruire una soluzione. Le sollecitazioni alle istituzioni e alla direzione aziendale, ha ricordato, risalgono a oltre un anno e mezzo fa, quando era già evidente la necessità di individuare una strada per salvaguardare i cinquanta posti. Nel suo intervento ha riconosciuto la vicinanza dell’assessorato e della Regione nella ricerca di nuove opportunità, contestando però all’azienda l’incapacità di trovare nuovi partner commerciali e di riposizionare le attività. Secondo Laviano, l’assenza di risultati pone anche un problema di volontà industriale. Il venir meno della partnership con Stellantis, collegato alla prevista cessazione delle attività produttive del motore GME, era una prospettiva nota: proprio per questo, sostiene il sindacalista, occorreva preparare un’alternativa. La possibile uscita di un’altra multinazionale dal territorio si inserisce così in un quadro di progressivo impoverimento del tessuto industriale. Laviano ha allargato la riflessione alle difficoltà dell’indotto Stellantis, già ridotto dalle crisi degli ultimi anni, e alle conseguenze della transizione verso l’elettrico, chiedendo un cambio di passo nelle politiche industriali italiane ed europee. Il rischio, nella sua analisi, è un ulteriore arretramento dell’industria automobilistica rispetto alla concorrenza cinese e statunitense, con ricadute sociali particolarmente dure nelle aree più fragili. A Termoli quelle ricadute hanno già il volto dei lavoratori riuniti ieri davanti allo stabilimento. Lo sciopero proclamato da Fim, Uilm e Rsu è cominciato il 27 ottobre e interessa tutti i turni, compreso quello centrale degli impiegati, con prosecuzione fino a nuova comunicazione. Alle spalle ci sono le proteste di febbraio, le richieste di un piano scritto avanzate in primavera e il confronto di giugno al Cosib, senza che sia maturata una soluzione capace di garantire continuità. Ora i lavoratori chiedono che il passaggio al Ministero apra una trattativa concreta: nuove commesse, alternative industriali e garanzie occupazionali prima che la data della chiusura si trasformi nella fine del loro percorso in fabbrica.


























